La reprimenda ai partiti c’è stata ed è apparsa a tratti durissima. Talmente dura che, di fronte ai continui applausi scroscianti, un osservatore distratto avrebbe potuto persino chiedersi se il discorso dell’incoronazione di Giorgio Napolitano non si tenesse davanti a una platea di ferventi seguaci di Leopold Von Sacher Masoc.

È stato infatti quasi uno spettacolo hard, o comunque da stomaci forti, vedere più di 800 grandi elettori che sprezzanti del ridicolo si spellano le mani di fronte a un presidente di 88 anni mentre rinfaccia alle “forze politiche” (cioè a loro) le “omissioni”, i “guasti”, “l’irresponsabilità”, “i calcoli di convenienza”, le “esitazioni” , “i tatticismi” e “la sordità” degli ultimi vent’anni.

Per la delusione degli amanti del genere, però, la scena non aveva nulla a che fare con il masochismo. Al netto delle emozioni (per il pubblico inesperto) e delle commozioni (sincere) dell’Eterno Presidente, il dato politico dell’incoronazione è piuttosto semplice.

Le Camere dopo lunedì 22 aprile hanno di fronte a loro la prospettiva di durare anni. L’obbiettivo dichiarato dell’incombente governo presidenziale non è più approvare una legge elettorale e 3 o 4 provvedimenti urgenti per l’economia, per poi tornare alle urne. Il programma del nuovo esecutivo è invece molto più lungo ed è già stato con preveggenza redatto a metà aprile dai 10 supposti saggi quirinalizi. Centotrenta pagine da discutere e votare con tutta calma, anche perché in molti casi riguardano provvedimenti di natura costituzionale che diventano legge solo dopo quattro passaggi parlamentari.

Di qui il sospiro di sollievo (e gli applausi) di molti dei presenti. Nel centrosinistra, perché elezioni a breve significavano sconfitta certa. Nel centrodestra, perché il nuovo esecutivo vuol dire tornare al potere coltivando la concreta speranza di una soluzione (politica o para-giudiziaria) ai processi di Silvio Berlusconi. Un evento su cui nemmeno il pidiellino più fervente, fino a pochi giorni prima, avrebbe scommesso un centesimo.

Ma non basta. Viva è anche la soddisfazione del partito trasversale – minoritario ma tradizionalmente fortissimo – dei ladri. Non perché Napolitano lo sponsorizzi. Ma perché solo su una parte del loro programma i saggi hanno saputo esprimere concordi parole definitive: la mancata abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e la giustizia.

I dieci autorevoli rappresentanti del ceto burocratico e politico del secondo paese più corrotto d’Europa, sono stati infatti chiari. Hanno elencato con dovizia di particolari i provvedimenti con cui depotenziare le intercettazioni telefoniche, abbreviare i tempi d’indagine, mettere una mordacchia alla stampa, intimorire i magistrati (la creazione di una sorta di Csm di secondo grado i cui membri sono nominati un terzo dal parlamento e un terzo dall’Eterno Capo dello Stato), controllare in maniera più stringente i provvedimenti cautelari e i rapporti tra magistratura e mass media.

Forse proprio per questo Napolitano ci ha tenuto a ricordare, tra gli applausi, che la loro agenda di governo è composta da due documenti (uno sulle riforme e uno sull’economia) di cui, secondo Napolitano, “non si può negare – se non per gusto di polemica intellettuale – la serietà e la concretezza”.

Certo, sulla legge elettorale, lo ammette pure il Presidente, non è stata spesa nessuna parola definitiva. Ma il Parlamento avrà tutto il tempo per discutere. Mentre nel novero delle “polemiche intellettuali” vanno evidentemente incasellate le parole di economisti schierati su posizioni diverse secondo cui il documento “non fissa le priorità delle cose da fare” (Tito Boeri) o addirittura è caratterizzato da “proposte che sono troppe e vaghe” (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi).

A risolvere tutto, intanto, ci penseranno i nuovi ministri. Dopo la ramanzina presidenziale il futuro che attende il Paese è radioso. Quasi quanto il passato che ci siamo lasciati alle spalle. Tutti lo hanno capito. Lo dimostrano le facce (le solite), le parole e, sopratutto, gli applausi.