Ebbene, dopo quattro giorni davanti a Montecitorio per sollecitare la candidatura a Presidente della Repubblica di Stefano Rodotà, siamo qui senza voce e con qualche cicatrice in più sul corpo. Tutte dovute alle battaglie che, con tanti altri cittadini, abbiamo intrapreso in questi anni, spesso spinti solo dalla nostra voglia di democrazia e giustizia e dal nostro amore per una grande sinistra italiana, finalmente non marginale.

Ma queste quattro giornate di Roma saranno ricordate per la morte dell’idea che aveva portato alla creazione di un unico partito della sinistra, di tipo anglosassone, inteso come “contenitore” che potesse comprendere molte sfumature.

Peccato che per realizzare questa idea socialdemocratica, si sia permesso il genocidio di tutto ciò che a sinistra di questo partito ci fosse. E purtroppo uno dei protagonisti di questo sciagurato progetto è stato eletto nuovamente ieri alla Presidenza della Repubblica.

La cecità dei dirigenti politici che hanno saputo solo guardare al proprio ombelico, ha aperto una prateria elettorale verso il Movimento 5 Stelle. In realtà, ad onor del vero, in Parlamento anche Sel ha cercato in tutte le maniere di difendere la candidatura di Rodotà, a parte il momento in cui ha appoggiato l’alternativa di Prodi, per tornare prontamente al costituzionalista. E si è proposta come forza “cuscinetto” per il dialogo del Pd con il Movimento 5 Stelle. Il fallimento di questa mediazione è la dimostrazione del suo ruolo marginale e troppo subalterno a quello del partito maggiore della coalizione.

E’ necessario però sgombrare il campo da un grande equivoco: che il Pd non potesse appoggiare la candidatura di Rodotà perché “marchiato da Grillo”. Al contrario la storia politica del professore è sempre vissuta nella sinistra e da questa, ora, è stato abbandonato. Lo “scippo” di Grillo è potuto avvenire proprio perché la sinistra culturalmente e politicamente non solo non è più egemone, ma non riesce neanche a cogliere i semi che germogliano all’interno del suo stesso mondo. Infatti la candidatura di Rodotà è stata lanciata non dal Movimento 5 Stelle, ma da tanti appelli ben prima delle “quirinarie”. E dentro lo stesso Pd non si è saputo ascoltare chi, come Marino, Scalfarotto, Civati e Seracchiani, chiedevano a gran voce “da sinistra” la sua candidatura. Del resto gli strateghi del Movimento 5 Stelle sono stati sempre molto bravi a sfruttare le debolezze altrui, impossessandosi di battaglie lasciate da parte dagli altri partiti come dimostrano no Tav, referendum, antiCasta e tutte le battaglie ambientaliste dei territori.

Ieri davanti a Montecitorio, constatavamo che ora che il pasticcio è fatto, oltre che a leccarci le ferite, dobbiamo essere capaci di mettere in bella mostra le nostre cicatrici, cercando di riunire tutti “i delusi” della politica che non si rassegnano alla disgregazione della sinistra. Una amplia assemblea senza “cappelli” o tentativi di strumentalizzazione da chicchessia. Ci proviamo?