L’Italia vive di continue illusioni ottiche, in parte determinate dal berlusconismo e in parte dall’antiberlusconismo. Categorie che parevano destinate a scomparire una volta per sempre, e che invece le forze politiche presenti in Parlamento stanno contribuendo efficacemente a mantenere in vita.

Una delle illusioni ottiche per eccellenza è la seguente: chi non sta con Berlusconi è un progressista, di sinistra, distante da qualsiasi destra. Berlusconi porta questo ragionamento all’estremo: chi non è con me è un comunista, un nemico dell’impresa e del libero mercato. Poi, quando capita che Berlusconi perde le elezioni o non ha il sostegno del Parlamento, e uno schieramento differente o un governo diverso conquistano la maggioranza, emerge la triste verità: è cosa complicata, analizzando le politiche concrete, capire dove stia la diversità, cosa distingua nel concreto, nei fondamentali politici e culturali, l’antiberlusconismo dal berlusconismo.

Ho pensato questo, quando qualche giorno fa ho letto su Il Fatto Quotidiano la replica di Marco Travaglio a Luigi Manconi. Manconi, dalle colonne de Il Foglio, aveva tacciato Travaglio di moralismo e di giustizialismo, associandolo ad altri personaggi della politica italiana oggi esclusi dal Parlamento (Ingroia, De Magistris, Di Pietro..) : un “classico”. Non penso affatto che il problema principale di questo Paese siano i “moralisti” antiberlusconiani, perciò il ragionamento di Manconi non mi ha suscitato alcun moto di simpatia,  ma devo dire di essere rimasto molto colpito dalla risposta di Travaglio, in quanto attacca l’esponente del Pd poiché “tifoso dell‘indulto 2006 che fece perdere milioni di voti al centrosinistra”. Non pensavo e non penso che il problema di quel centrosinistra sia stato aver sostenuto l’indulto, ma l’aver disatteso le ampie aspettative popolari sul terreno delle politiche economiche e sociali.

Continuo a pensare che sia una vergogna non solo che uno come Berlusconi sia un intoccabile, ma che migliaia e migliaia di donne e di uomini siano stati sbattuti in galera a causa di leggi incivili e liberticide, come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi. Mi colpisce che ci sia una giustizia classista, debolissima con i forti e armata di bazuka contro gli ultimi. Possiamo discutere del merito di quell’indulto, certo, e di come siamo molto bravi nel mettere in fila interventi che lasciano inalterato il quadro di leggi repressive che segna la nostra legislazione.

Ho però come l’impressione che la critica all’indulto non vada in questa direzione. Travaglio non si è fermato qui, e ha aggiunto che Manconi è “un po’ come i bravi ragazzi di Lc che additavano nomi e indirizzi dei nemici da abbattere e quando finivano sprangati o ammazzati, come il commissario Calabresi, scappavano”. Quando Lotta Continua si è sciolta, nel lontano 1976, io avevo quattro anni: non ho appartenenze o storie personali da difendere. Non nutro neppure una simpatia di ritorno verso quel gruppo. Ma rappresentarlo, di fatto, come un gruppo paraterroristico mi sembra una modalità collocabile nelle corde della riscrittura di storia e cronaca, ad uso e consumo dei vincitori. Un po’ come quando ci raccontano che gli anni Settanta sono stati soltanto anni di piombo, per di più sovente rappresentandoli in un’unica direzione, e non anche anni di lotte, di grandi conquiste sul terreno dei diritti e dell’emancipazione. E poi, immancabilmente, spunta la notizia che in una qualche scuola superiore, secondo la maggioranza delle ragazze e dei ragazzi, alla stazione di Bologna o a Piazza Fontana la bomba l’hanno messa quelli delle Br. Che è un po’ come dire, in questo quadro svarione chiama svarione, che ce l’hanno messa i comunisti. O quelli di Lotta Continua. Io penso che Berlusconi, in tutti questi anni, abbia vinto anche grazie a questo meccanismo revisionista. E penso che la via d’uscita non stia certo nel berlusconismo, ma neppure in questo antiberlusconismo.