Strade dissestate, ponti chiusi e crollati, frane… colpa del maltempo o piove, governo ladro? Anche in Emilia ed anche nella nostra virtuosa provincia di Modena il “maltempo” sembra presentare il conto al territorio, ma per quanto riguarda le responsabilità, occorre fare alcune distinzioni.

Cominciamo dalle buche nelle strade; alcuni giorni fa, 10 auto sono rimaste appiedate con gomme a terra e perfino sospensioni danneggiate lungo la tangenziale di Modena; pochi giorni dopo, stessa sorte è toccata a diversi automobilisti in transito sulla pedemontana nel comprensorio ceramico. Oltre alle buche, transitando nelle tangenziali di Modena e Reggio Emilia è facile notare tratti di guard rail danneggiati da vecchi incidenti, cartelli stradali piegati, indicazioni scarse e a volte fuorvianti, ecc, una situazione che ricorda le strade di altri paesi dove nelle guide turistiche si mette in guardia chi viaggia dal noleggiare l’auto per i pericoli che vi si incorre.

E’ responsabile il maltempo per un simile stato di degrado delle strade? Certamente no, nemmeno con inverni freddi, piovosi e nevosi come l’ultimo che ha obbligato all’uso (spesso eccessivo) di sale. Basta transitare nell’Autostrada del Brennero e anche nel tratto di confine, pur con qualche cantiere, l’asfalto è sempre in buone condizioni e altrettanto dicasi per le principali strade di montagna alpine. In poche parole, se le strade sono in cattive condizioni, forse, è perché i materiali sono scadenti e la manutenzione carente, e allora a maggior ragione non si concepisce come sia possibile pensare a nuove, inutili strade come la Cispadana, il passante nord di Bologna o, ancor di più, la bretella Modena-Sassuolo quando non siamo nemmeno in grado di mantenere in buone condizioni quelle esistenti.

Riguardo le frane, quello che si legge in questi giorni sembra un vero e proprio bollettino di guerra; l’Emilia già duramente colpita dal terremoto di maggio 2012 e dopo i danni del “nevone di febbraio 2012” esce decisamente malconcia da una serie di eventi estremi meteoclimatici che non può, anzitutto, non far meditare su quanto fosse vero “l’allarme clima impazzito”.

L’estate 2012 è stata una delle più calde da quando esistono i rilevamenti ma soprattutto la più secca, ancor più avara di piogge di quella del 2003. L’autunno, per opposto, ha subito presentato il conto con piogge abbondanti e le classiche piene degli affluenti di destra del Po, in particolare dei fiumi parmensi, reggiani e Modenesi fra cui Enza, Secchia e Panaro, ma anche il bolognese Reno. Il primo trimestre 2013 poi ha presentato un vero “opposto estremismo meteorologico” risultando, a Modena, il più piovoso dal 1909. In poche parole il territorio si è trovato prima di fronte a uno stress da siccità, col suolo reso secco dal caldo e mancanza di pioggia, poi l’acqua e la neve sono arrivate tutte insieme, con le conseguenze che si possono facilmente immaginare.

Già ad inizio inverno, transitando per le strade dell’Appennino, era facile, anche per chi non conosce più di tanto la geologia, notare un notevole degrado territoriale con tante frane di piccole e grandi dimensioni che davano segno di potersi mettere in moto da un momento all’altro. In qualche caso si vedevano alcune ruspe in azione, ma che apparivano letteralmente come il moscerino che vuole fermare la montagna.

Spesso si tratta di frane di vecchia data, con cui l’uomo in un modo o nell’altro ha sempre convissuto, o standone alla larga, o curando il territorio fino a che era redditizio (o vitale) sfruttare pascoli e terreni agricoli in collina e montagna. Poi, con la fuga verso le città molte zone sono state abbandonate e così la natura ha cercato di prendere il sopravvento, ma non sempre l’ha fatto nel modo che piace a noi.

L’intervento con ruspe e opere di protezione può sicuramente attenuare i danni, ma anche se è difficile accettarlo, se una montagna decide di scendere a valle prima o poi lo farà; del resto, così avviene nel pianeta da milioni di anni.

Difficile tirare in ballo la cementificazione come causa delle frane nell’Appennino emiliano,  mentre viceversa nella scelta degli insediamenti e delle infrastrutture collegate dobbiamo tenere conto del territorio. Le strade sono essenziali per la mobilità e i collegamenti, ma di fatto possono divenire una sorta di ferita nel fianco della montagna che non farà altro che riprendersi il suo spazio.

Chiaramente, è necessario non costruire in zone franose o in prossimità di frane (e in qualche caso pur col nostro occhio inesperto notiamo discutibili lottizzazioni), ma anche case esistenti, che da anni si trovano in certo luogo, finora ritenuto sicuro, non è detto lo siano in futuro o forse già oggi.

Sembra strano dirlo, ma il pezzo di carta, la licenza edilizia, non sono una tutela e garanzia sufficienti; è bene che noi stessi ci informiamo e attiviamo; chi scrive, tempo fa vide l’annuncio di una casa in vendita in Appennino, in apparenza veramente conveniente; ebbene senza bisogno di perizie geologiche è bastato cercare in google il nome della località + frana per scoprire che la casa di per se era bella e apparentemente sicura, la strada che vi conduce spesso chiusa per frane.

Quello che sta succedendo in poche parole non è altro che una conseguenza, peraltro non veramente “catastrofica”, dei cambiamenti climatici. Solo inquadrandolo in questo contesto potranno essere evitate situazioni simili, o peggiori, in futuro. Per nostra fortuna, l’Appennino Emiliano non ha ancora subito veri eventi estremi come le bombe d’acqua della Liguria o le alluvioni della Toscana dello scorso novembre. Non è fare i menagrami dire che è necessario essere pronti a eventi anche al di fuori degli schemi e scenari classici; il concetto “tempo di ritorno”, già di per sè discutibile, perde di validità in un’epoca di cambiamenti climatici.

Occorre dunque intervenire non solo con opere di emergenza nelle singole situazioni ma soprattutto con la prevenzione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, adoperandosi maggiormente a livello locale per la riduzione delle emissioni dei gas serra e con piani di adattamento per “sopravvivere” a quanto già sta avvenendo.

I soldi? La bibliografia scientifica afferma che un Euro investito in prevenzione catastrofi ne fa risparmiare 7 nella ricostruzione e soccorso, che agire per i cambiamenti climatici costerebbe l’1% del Pil, mentre la non azione porterebbe danni dal 5 al 20% del PIL mondiale. Ma a volte la sensazione è che porti più immagine al politico inaugurare una scuola provvisoria nei container che una antisismica e a basso consumo energetico quando tutto è calmo.