C’è grande confusione sopra il cielo delle fabbriche, ingombrato da nubi nerissime eppure traforato di stelle. Si capisce arrivando in via dell’Industria, a Como, e mettendo piede in uno stabilimento che ne ha cinque sul tetto. Non si vedono, ma pulsano più di un’insegna di Las Vegas. Il titolare, per altro vicepresidente di Confindustria, ha votato Grillo. I suoi operai, un centinaio, hanno votato Grillo. Di prima e seconda generazione, di padre in figlio, insieme a tanti altri. Si definiscono ancora e certamente “classe operaia”, tuttavia scelto il movimento della rottura che non ama il sindacato e bombarda più la sinistra della destra. Per Grillo è stata la fabbrica dei voti, spiega il politologo Roberto D’Alimonte, citando dati Ipsos:  per il M5S hanno votato un operaio su tre (il 29% contro il 20% che ha optato per il Pd e il 24% per Pdl) e un imprenditore su quattro,  risultando il partito più votato dai “padroni” con 8 punti di differenza rispetto al Pdl. In altre parole il 24-25 febbraio lo tzunami è entrato in fabbrica. In due giorni il M5S ha raccolto anche lì quello che la politica ha seminato per decenni: dosi industriali di antipolitica e rabbia che vanno dall’ufficio del padrone in Mercedes al macchinario del salariato con la Punto di terza mano. Due categorie ontologicamente e storicamente lontane, due status tradizionalmente contrapposti, che si sono uniti nell’urna come un blocco sociale solo.


Un mese dopo qualcuno, tra gli operai, si dichiara deluso. Lo stallo politico, del resto, si paga più caro se si è precari o in cassa integrazione. Gli imprenditori, invece, no. Non avevano altra aspettativa che la protesta. Quasi si fatica a trovarne uno che si dica propriamente “pentito”, perfino nelle realtà più cupe. Alla Breda Menarinibus, la storica azienda metalmeccanica alle porte di Bologna, la crisi ha prodotto una inaspettata saldatura tra movimento e gli oltre 200 operai in cassa integrazione. Lo racconta Marco Prendin della Rsu: “Io non sono un elettore di Grillo, ma il Movimento ci ha dato una grossa mano. I consiglieri comunali hanno portato le nostre istanze dentro le istituzioni, dobbiamo solo ringraziarli”. Ma non è tutto. Gli incontri sindacali qui sono trasmessi in diretta sul web. Insomma, è lo streaming di fabbrica.

Tanti sono passati dal rosso al giallo anche nella Torino ex operaia, alle carrozzerie Fiat di Mirafiori, simbolo delle battaglie politiche dei metalmeccanici, nelle innumerevoli fabbriche dell’indotto. Nelle “periferie dormitorio” degli stabilimenti Fiat il M5s viaggia di una mezza dozzina di punti percentuali sopra la media nazionale. E’ anche cresciuto trasversalmente in tutte le sigle, dai sindacati di base alla Fim-Cisl. Anche qui, poche le testimonianze di aspettative deluse, tante dichiarazioni di riconferma del voto. Possibile? “Non mi stupisce affatto”, spiega Giulio Sapelli che ben conosce le torsioni delle imprese alle mutazioni socio-politiche. “L’investimento emotivo che queste persone hanno fatto su Grillo è stato enorme. Hanno preso un ex comico, uno nuovo, che parla come loro e hanno lasciato che intercettasse la rabbia sociale che covava da decenni. L’effetto Grillo, anche in fabbrica, non si esaurirà certo in un mese o in un anno, i cambiamenti psicosociali sono lunghi e dall’altra parte la disgregazione delle vecchie culture politiche andrà avanti offrendo nuovi varchi ai cancelli”. Lo tzunami, impossibile ingnorarlo, è entrato in fabbrica anche dalla porta del titolare. Un imprenditore su quattro, si diceva, ha votato Grillo. Anche nei feudi del forza-leghismo, quassù al Nord. Lo si capisce confrontando i flussi del 2008 e del 2013 pubblicati sul sito del Centro Studi elettorali che D’Alimonte dirige (www.cise.luiss.it). “Al Nord è chiaro che la Lega ha ceduto tantissimo a Grillo: il 46% a Monza, a Treviso addirittura il 50%. In pratica un voto su due. A Pavia il 26, Milano il 22, a Varese il 21. E chi sono questi elettori se non i piccoli e medi imprenditori e i loro operai?”

Alcuni imprenditori avevano palesato le loro intenzioni alla vigilia del voto. E a calcare le loro fabbriche un mese dopo (e in pieno stallo) non emergono particolari segnali di pentimento per la mancata sponda a un governo. Neppure dal vicentino Francesco Biason, presidente della metalmeccanica Bifrangi ed ex berlusconiano, che ha pagato un alto prezzo per il voto a Grillo: 200 pasti al ristorante. Aveva promesso una cena a colleghi, operai e professionisti qualora l’ex comico avesse superato il 20%. Quasi un banchetto di nozze tra industria in crisi e antipolitica. “Non mi spiace affatto, anzi, sono pronto a rivotarlo al prossimo giro”, dice oggi. Dal Veneto al Comasco dove Graziano Brenna, numero due della locale Confindustria, aveva dichiarato apertamente il proprio voto ai Cinque Stelle. Gli effetti della crisi sulla sua Tintoria Portichetto sono lì da vedere. Anche Brenna confessa di non essere affatto pentito, non si aspettava nulla di più dal Movimento perché in realtà lui è seduto in via dell’Industria e aspetta Renzi: “Se il Pd delle solite facce, i Bersani, D’Alema, Bindi lo affossano anche stavolta giuro che rivoto Grillo. E non se ne parli più”. E’ il monito. E giura che tanti la pensano così.

Cambia la regione ma la linea è la stessa, anche nella rossa Emilia Romagna. Germano Emendatori nel 1984 ha creato a San Clemente (Rimini) la Mec3, fabbrica di ingredienti per il gelato con 300 dipendenti. La sua seconda passione, la politica, lo ha portato due volte alle primarie per Bersani. Poi la decisione di passare ai 5 Stelle, tanto convinto da proiettare sui monitor dell’azienda – a 24 ore dal voto – una scritta emblematica come “il vostro presidente vota 5 stelle”. Se lo fa il capo… “Non ho votato Grillo perché mi è simpatico, ma perché mi ha promesso cose concrete”, precisa. A convincerlo sono stati i limiti dei due mandati, i tagli ai costi della politica, la cancellazione dell’Irap e il fatto stesso che l’ex comico abbia chiesto di incontrare gli imprenditori per sentire i loro bisogni. Da tempo, del resto, è in corso un corteggiamento discreto ma serrato di Casaleggio&C al mondo delle imprese. Il primo road show è stato a Treviso il 9 febbraio, in piena campagna elettorale e finì tra gli applausi. L’imprendi-tour grillino ora riparte facendo tappa a Torino e Milano, città industriali zeppe di imprese sull’orlo della crisi e pronte a trasformarsi in fabbriche di voti. Per chi suona il campanello.

di Thomas Mackinson
Hanno collaborato Franz Baraggino, Cosimo Caridi, Martina Castigliani e Giulia Zaccariello