Aveva promesso di fare piazza pulita in Regione, dopo il tramonto del Celeste. Aveva giurato di abbandonare il super-ufficio con luci emozionali incorporate, al trentacinquesimo piano del super-grattacielo nuovo di zecca voluto da Super-Formigoni, per scendere giù al primo piano, vicino ai lombardi che lo hanno eletto presidente. Per ora, Roberto Maroni non solo resta appollaiato in cima alla torre di Babele, ma conferma anche il faraonico apparato presidenziale ereditato dal Celeste.

La scopa del capo dei Barbari Sognanti ha fatto pulizia dentro la Lega, dicevano i druidi del nuovo Carroccio durante la campagna elettorale. E rinnoverà anche Formigopoli, facendo piazza pulita degli sprechi e delle ruberie e avviando la nuova era della Macroregione del Nord, dal Piemonte al Friuli. A parte il fatto che il Friuli ancora leghista non è, anche a Milano si stentano a vedere i segni della Nuova Era. Lo slogan con cui ha vinto le elezioni (“Teniamo qui il 75 per cento della tasse pagate in Lombardia”), è stato dimenticato: promessa impossibile da marinaio celtico-padano. Quanto al rinnovamento, Maroni sta procedendo così: rivoluzione a parole, cauta continuità nei fatti. Promette una presidenza aperta e dialogante, pronta a collaborare anche con l’opposizione. Certo, l’arroganza di Formigoni sarà difficilmente eguagliabile, ma fatti concreti ancora non se ne sono visti. Se l’apertura si limiterà alla promessa commissione antimafia regionale(che è un’ottima idea), bisogna dire che è poco più di un atto dovuto: da sempre, in democrazia, le commissioni straordinarie, di garanzia e di controllo sono affidate alle minoranze.

In verità, quello che sta avvenendo è una nuova dislocazione dei poteri, spartiti tra leghisti maroniani e pidiellini di stretta osservanza berlusconiana. Insomma: via i bossiani, epurati dalle scope dei Barbari Sognanti, e minor presenza (ma non eliminazione) dei ciellini, che con il Celeste facevano la parte del leone (con buona pace dei martiri cristiani sbranati al Colosseo). Il nuovo punto di riferimento è Mario Mantovani, fedelissimo di Silvio Berlusconi, diventato il vice di Maroni. Alla guida di un Pdl diviso e inquieto, in cui i ciellini lottano per non essere messi troppo da parte dai compagni di partito berlusconiani doc. La divisione è visibile anche nello strano vertice del gruppo Pdl al consiglio regionale, con un presidente ciellino, il bresciano Mauro Parolini, che ha come contrappeso un co-presidente, il berlusconiano di Lodi Claudio Pedrazzini.

Quanto a Maroni, ha promesso di mostrarsi virtuoso con la pelle degli altri: promette tagli al budget del Consiglio regionale (via i rimborsi facili che hanno fatto mettere sotto inchiesta per peculato la quasi totalità dei consiglieri della scorsa tornata), ma si tiene ben stretti i soldi del budget di giunta. Confermato un ufficio del Presidente composto da una quindicina d’addetti, con una cerchia d’oro di dirigenti e una struttura di comunicazione formata da decine di persone che potrebbe produrre un quotidiano nazionale. Formigoni non c’è più, la sua struttura imperiale resta.

Il Fatto Quotidiano, 4 aprile 2013