I crediti delle imprese verso lo Stato. Saranno finalmente pagati? L’Ue ha dubbi, chiede che non venga violato il Patto di stabilità, il che significa il non superamento del limite del 3% del disavanzo (saldo negativo dei conti di finanza pubblica) rispetto al Pil. L’Italia baldanzosamente replica (Tajani, vicecommissario Ue) che questo limite non sarà superato perché il pagamento in questione riguarda debiti già contabilizzati e dunque attiene alle spese correnti; quando sarà effettuato non inciderà sul saldo negativo complessivo. Nel frattempo però si sta studiando una soluzione che consenta di mantenere il disavanzo nel limite del 2,9%.

La contabilità pubblica è materia riservata a pochissimi eletti. C’è da dire che se Olli Rehn (che ha lanciato il monito) e Grilli (che ha garantito che si arriverà al massimo al 2,9 %) si sono preoccupati del patto di stabilità, è abbastanza ovvio che non saranno acrobazie contabili a cambiare la sostanza delle cose. Che dovrebbe essere la seguente. L’attuale saldo negativo dei conti deve rientrare nei limiti imposti dal patto di stabilità. Se paghiamo 80 o 90 miliardi, delle tre l’una: o incrementiamo le entrate per una somma corrispondente, o riduciamo le uscite in pari misura, o facciamo nuovi debiti. Nel primo caso sarà aumentata la pressione fiscale, nel secondo dovremo rinunciare a beni o servizi (ma potremmo finalmente cogliere l’occasione per tagliare i costi della politica), nel terzo ci portiamo pericolosamente vicino alla deadline, quel limite del 3% che, secondo Grilli, sfioreremo appena.

Il problema è che questo giochino del principio di competenza e del principio di cassa io l’ho sperimentato sulla mia pelle; e soprattutto su quella delle aziende informatiche con cui lavoravo quando facevo il magistrato e mi occupavo di informatica giudiziaria. Progettavo software mirabolanti che il ministero approvava (alcuni); poi un’impresa li realizzava. Il relativo costo veniva iscritto a bilancio dal ministero della Giustizia così come il pagamento; poi però bisognava che ci fosse la disponibilità di cassa; che, guarda caso, non c’era mai. Ogni anno nel bilancio veniva riportato il debito e vi erano formali delibere che prevedevano i relativi pagamenti; ma la cassa piangeva…Ricordo che un’azienda interruppe l’assistenza informatica nei nostri uffici (erano fuori di alcuni miliardi di lire) che poi riprese solo dopo l’ennesima formale promessa di pagamento (poveretti). Io ero disperato; in fondo ero stato io a convincerli a lavorare con pagamenti a babbo morto, garantendo che il ministero mi aveva assicurato…Telefonai al collega che era al ministero, disperato come me; ma più politico. “Senti Bruno – mi disse – tu devi capire che c’è il principio di competenza e quello di cassa. Noi abbiamo già stabilito che li paghiamo. Ma non c’è una lira”.

Sono convinto che un po’ di soldi salteranno fuori; la faccia ce l’hanno messa. Mi resta la curiosità di sapere dove li prenderanno. Ma non credo ci sia da dubitare molto: glieli daremo noi.

il Fatto Quotidiano, 5 Aprile 2013