L’egocentrica megalomania degli scrittori italiani non ha davvero confini. E se consideriamo che in Italia sono tutti scrittori, ecco tratteggiata l’indole nazionale.

L’ultimo esempio è recente e riguarda il successo di una collana della Newton Compton, che ha pubblicato alcuni classici della letteratura a 0,99 euro, ha sbancato le classifiche e ha provocato veri e propri travasi di bile tra gli scribacchini italici. Nove titoli su dieci, nella classifica dei libri più venduti, appartengono a Live, ma per non demoralizzare troppo le case editrici concorrenti (e i loro suscettibilissimi autori), per loro c’è una categoria apposita, quella dei tascabili. Seneca, Jane Austen, Scott Fitzgerald, Freud e Poe vendono più di Lilin, Camilleri, Agnello Hornby e compagnia, ma non si può dire, nossignore, perché le “major” del libro stampato non lo permettono.

La categoria ad hoc, però, non riesce a oscurare del tutto un successo innegabile. Le ragioni di questo boom sono di una semplicità disarmante, nonostante le analisi arzigogolate degli esperti del settore: prezzo bassissimo, grandi classici di qualità. What else?, direbbe il buon Clooney sorseggiando un caffè.

Gli italiani leggono poco, figuriamoci in tempi di crisi. Figuriamoci, poi, se tocca spendere 15 o 20 euro per leggere le elucubrazioni del personaggio à la page di turno, approvato dai salotti e dai grandi giornali. Molto meglio Poe, allora. Che almeno è morto da quel dì e non imperverserà nella timeline di Twitter, rompendo i cabbasisi con la promozione dell’ultimo capolavoro.

Ben vengano le iniziative come quella di Newton Compton, se servono ad avvicinare l’incolto popolo italico alla lettura. E pazienza se scrittori e scrittorucoli nostrani si lamentano del danno irreparabile che Live fa alle loro ambizioni personali. Scrivessero meglio, piuttosto, e allora saremmo pronti anche a sborsarli, quei 20 euro che oggi ci sembrano (giustamente) una rapina.