Uno dei temi più spinosi dell’ultimo periodo è certamente quello dei rapporti tra magistratura e politica: sfilate politiche e promessi cortei popolari stanno creando una forte tensione tra i massimi poteri dello Stato.

Sul fondamentale tema, ci piace riportare il pensiero di uno dei più grandi accademici italiani, Aldo Moro*, che nella seduta del 31 gennaio 1947 dell’Adunanza plenaria della Commissione per la Costituzione, dichiarò:

Bisogna garantire la libertà di pensiero dei magistrati sul piano politico. Indubbiamente il diritto di voto che si riconosce ai magistrati e il diritto di eleggibilità che ad essi si assicura, servono in parte a garantire questa libertà di pensiero sul piano politico. Ma è necessaria una limitazione per quanto riguarda l’appartenenza ai partiti politici. Si tratta di un sacrificio, ma il sacrificio è giustificato perché sia garantita la libertà dei cittadini, verso i quali i magistrati, per la loro stessa funzione, hanno obblighi diversi da tutti gli altri. È un sacrificio che ritorna ad incremento della dignità dei magistrati e a maggior garanzia della loro funzione. I magistrati debbono essere non soltanto superiori ad ogni parzialità, ma anche ad ogni sospetto di parzialità. Questa estraneità formale dalla lotta politica conferisce una maggiore dignità alla Magistratura, cosicché il magistrato possa obbedire veramente soltanto all’imperativo della propria coscienza”.**

Queste parole risuonano con sconvolgente attualità in un triste periodo storico in cui troppe volte si è tinta, ora di rosso, ora di nero, la costituzionalmente prescritta imparzialità della magistratura italiana; si son visti magistrati fondatori di movimenti politici, iscritti e militanti in vari partiti.

La cosa che più ci turba è la disinvoltura con cui si indossa e si ripone la toga, per poi rivestirla o riporla, a seconda delle stagioni e dei risultati politici.

Il cittadino che vede amministrare la giustizia da detti magistrati non solo non crederà che questi non possano essere superiori ad ogni sospetto di parzialità, ma avrà un forte timore di trovarsi davanti ad un organo di parte: a questo punto la magistratura mina seriamente la propria dignità.

Il giudizio popolare è stato evidente nell’ultima tornata elettorale: dinanzi ad un’iniziale fiducia, la modestia dei risultati politici ottenuti dalla “magistratura in parlamento”, ha consigliato di far confluire i voti su altre persone.

Ci auguriamo che in un prossimo futuro una sana autocritica della “bouche de la loi” eviti al popolo italiano di sentir parlare di “processi ad orologeria”, di “toghe rosse” o “toghe nere”, o di altre strumentalizzazioni di un bene irrinunciabile: la separazione dei poteri è uno dei principi fondamentali dello stato di diritto e questo non deve mai essere dimenticato, evitando che l’attuale stato di confusione faccia rigirar nella tomba anche Montesquieu.

*Aldo Romeo Luigi Moro (Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978) è stato cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri e Presidente del partito della Democrazia Cristiana, accademico e professore di diritto penale e filosofia del diritto.

**Cfr. MORO, Atti dell’Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Adunanza plenaria, vol. VI, seduta del 31 gennaio 1947.