Lo avevamo lasciato a dicembre zuppo di indagati, processati e condannati, sotto una fitta pioggia di scandali giudiziari. Lo ritroviamo a marzo sgravato di una settantina di “impresentabili” e, sperano in molti, con qualche anticorpo in più nel sistema immunitario. Il Parlamento eletto lo scorso 24-25 febbraio sarà ingovernabile, ma è più pulito di quello che lo aveva preceduto.

Il miglioramento è netto: il numero di parlamentari condannati in via definitiva è sceso da 33 a 7 (-79%); quello dei prescritti da 14 a 6 (-57%); quello dei parlamentari con processi in corso o condanne non definitive da 29 a 11 (-62%); infine, quello degli indagati da 43 a 19 (-56%). In totale, se 105 parlamentari uscenti avevano avuto guai con la giustizia prima o dopo la loro elezione nel 2008, ora il loro numero è 37: il 65% in meno (vd. tabella).

* Al Senato, la coalizione Con Monti per l'Italia formata da Scelta civica (Monti), Unione di centro (Udc) e Futuro e libertà per l'Italia (Fli) ha presentato una lista unica. I senatori eletti sono qui conteggiati nella colonna "Lista Monti" e non in quella Udc.

Come riportato nella presentazione qui sotto, alcuni partiti hanno fatto meglio di altri. Il triste primato di partito più inquisito del Parlamento spetta al Popolo della Libertà, che ha però ridotto i suoi rappresentanti inguaiati da 64 a 23 (-64%). Al secondo posto la Lega Nord a quota 7 (11 nel 2008, -36%), seguita dal Partito Democratico (da 16 a 5, -69%), l’Unione di Centro (da 7 a 1, -86%) e il neonato Fratelli d’Italia (1). Meglio hanno fatto Movimento 5 Stelle, Sinistra Ecologia e Libertà e la lista del Presidente del consiglio uscente Mario Monti: nessun inquisito macchierà il loro debutto in Camera e Senato.

Questi dati, rassicuranti ma ancora migliorabili, sono il risultato di una maggiore sensibilità dei partiti. Il nuovo decreto legislativo sull’incandidabilità adottato dal governo Monti lo scorso dicembre, infatti, è servito a poco: solamente uno dei 30 condannati in via definitiva che ancora sedevano sul proprio seggio non era più candidabile per via del decreto, ossia l’ex senatore Giuseppe Ciarrapico (PdL). Ciò nonostante i partiti sono stati accomunati da uno sforzo di pulizia delle proprie liste, pressati anche dal successo clamoroso di alcune iniziative come la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare per un Parlamento pulito promossa da Beppe Grillo nel 2007 (350 mila firme raccolte in un solo giorno). Anche se PdL e Lega hanno riconfermato il pluri-inquisito Silvio Berlusconi come candidato premier, il M5S è guidato dal condannato Beppe Grillo (diffamazione e omicidio colposo) e la Lega dal condannato Roberto Maroni (resistenza a pubblico ufficiale), personaggi controversi come Marcello Dell’Utri (PdL) o Vladimiro Crisafulli (PD), pur candidabili, sono stati esclusi dalle liste.

La vera prova di maturità dei partiti, tuttavia, è iniziata il giorno dopo le elezioni. Nelle democrazie migliori l’opera di pulizia interna dei partiti nei confronti degli inquisiti anticipa spesso la condanna del giudice. Storicamente, invece, i nostri partiti sono tutt’altro che intransigenti: il loro comportamento nei prossimi mesi sarà la vera cartina tornasole. I primi segnali post-elettorali sono stati contrastanti. Se da una parte il PD ha sospeso la deputata Maria Gullo, indagata per falso ideologico, dall’altra la Lega e il PdL non hanno preso provvedimenti nei confronti di Giulio Tremonti (Lega, indagato per concorso in finanziamento illecito), Raffaele Fitto (PdL, condannato in primo grado a 4 anni per corruzione) e Silvio Berlusconi (l’elenco sarebbe lungo), confermando le vecchie abitudini.

A giudicare dal passato, altri casi per mettere alla prova i partiti non mancheranno.

di Riccardo Patrian