Patrioti di tutt’Italia, unitevi. Un pericoloso agente dello straniero, probabilmente allevato in una birreria bavarese (la giacca a vento da uomo mascherato nasconde certamente la camicia nera o bruna), osa evitare i giornalisti italiani che molto professionalmente bivaccano sotto casa sua e lo inseguono anche sulla spiaggia durante il jogging implorando “’a Gri’, dicce quarcosa, ‘na dichiarazzzione!”. E, per sfuggire all’accusa di non rispondere alle domande, si fa pure intervistare da tv e giornali esteri, notoriamente incapaci di fare domande (nonché vergognosamente non finanziati dallo Stato).

Costringendo così i giornalisti italiani a manipolare quel che ha detto per non far la figura dei copioni passacarte. Urge dunque una reazione della stampa nazionale, possibilmente proporzionata all’offesa ricevuta: per lavare l’onta, si attivi subito una pattuglia di Penne Tricolori che stanino l’agente nemico in ogni dove e lo costringano a sottoporsi al classico, impietoso terzo grado che tv e giornali italiani sono soliti riservare ai potenti. Si recluti un manipolo di intrepidi giornalisti, sull’esempio dei capitani coraggiosi benedetti da D’Alema che scalarono la Telecom senza soldi, degl’impavidi patrioti arruolati da B. che mandarono allo sfascio l’Alitalia, dei benemeriti del quartierino racimolati da Fazio che tentarono di papparsi due banche per salvaguardarne “l’italianità”.

Si faccia dunque muro, si rafforzino gli argini, si presidino i confini per salvare l’italianità dell’informazione, che rischia di emigrare lontano dal sacro suolo patrio (dopo la fuga dei cervelli, quella delle interviste). Nessuno può tirarsi indietro. Si elevino mòniti dai colli più alti e si approntino opportuni slogan per sensibilizzare l’opinione pubblica. L’eversore dà un’intervista a un giornale di Londra? “Dio stramaledica gli inglesi”. Il fellone parla con una tv tedesca? “Fottutissimi crucchi mangia-crauti e ciucciawürstel”. Il traditore risponde a un inviato giapponese? “Musi gialli ballate l’alligalli”. Il disertore colloquia con una cronista malgascia? “Penne malgasce tutte bagasce”. Il vile si concede a un rotocalco guatemalteco? “Chi scrive in Guatemala ci ha la mamma maiala”. Che poi non si capisce bene quali sarebbero, queste famose colpe del giornalismo italiano. Ancora ieri la stampa nazionale ha dato luminosa prova di indipendenza e completezza dell’informazione.

Sul caso Durnwalder-Quirinale, silenzio di tomba. Sul rinvio a giudizio di politici, carabinieri e mafiosi per la trattativa e sulla condanna di B. per il cd-rom rubato con la telefonata segretata Fassino-Consorte e passato al Giornale, il Corriere titola in prima pagina: “Si riapre il caso giustizia” (in effetti è un caso che ogni tanto in Italia, nonostante tutto, si appalesi ancora la Giustizia). L’Unità spara a tutta prima: “Il nastro della vergogna. Fassino: fummo denigrati” (ma il reato non è diffamazione, è violazione del segreto: l’unico a denigrare Fassino fu Fassino, sponsorizzando la scalata illegale Bnl-Unipol). Intanto relega il processo sulla trattativa a pagina 12 e s’inventa “critiche all’inchiesta” da parte del Gup (che invece ha solo segnalato l’eccessiva sintesi della richiesta di rinvio a giudizio e la mancanza di un indice ai 90 faldoni di atti).

Per Messaggero e Stampa, la trattativa non merita un rigo in prima pagina. E neppure per Libero e Giornale, che in compenso assolvono B. (“Abbiamo una carognata”, “Follie giudiziarie”), ma non la Boccassini (“è fuori legge”). E sbattono il mostro Grillo in prima pagina, scambiandolo per l’autista (“Soldi e società: affari a 5 stelle off-shore”, “Strani affari all’estero e discorsi in stile Hitler”).

E con una stampa così libera e credibile in casa, il populista esterofilo va in cerca di giornalisti stranieri? Vallo a capire. Oltreché nazista, fascista e off-shore, dev’essere pure matto.

Il Fatto Quotidiano, 9 Marzo 2013