Niente collasso, niente panico. E quel che più conta niente tempesta perfetta. A una settimana dalle elezioni per l’Italia c’è già una piacevole certezza: la calma dei mercati. Il mercoledì nero della scorsa settimana, con gli indici a picco e lo spread in orbita, ha rappresentato ad oggi una sostanziale eccezione. Una reazione violenta di uno scontato day after da battaglia per trader e speculatori, impegnati a vivere l’ennesima riedizione di quel panico conclamato che dall’estate del 2011 si aggira come uno spettro attorno a Piazza Affari. Ma la paura, come si diceva, ha avuto vita breve e i mercati, in definitiva, hanno saputo stabilizzarsi come se avessero deciso, nota in questi giorni il Financial Times, di “concedere tempo ai politici italiani”. Calma piatta o quasi, insomma. E le ragioni, a ben vedere, non mancano di certo.

Per capire la particolarità del momento occorre concentrarsi soprattutto sul fronte dei titoli di Stato che ha visto l’Italia superare brillantemente l’esame post voto. “A parte l’iniziale sell-off, l’euro è rimasto piuttosto forte – nota Sara Yates, Global Currency Strategist di J.P. Morgan Private Bank – . Un’elasticità che ha caratterizzato anche il mercato del reddito fisso, con il Tesoro italiano che, nel corso dell’asta della scorsa settimana, ha collocato 6,5 miliardi di euro di Btp a 5 e 10 anni rispettivamente al 3,59% e al 4,83%”. Nulla a che vedere, insomma, con i famigerati livelli di guardia raggiunti in passato in un contesto di crescente incertezza. La novità, spiega il Financial Times, è nei fattori di compensazione presenti oggi a sostegno del mercato del debito italiano. Un mercato capace di trovare nuova stabilità anche grazie a una diversa distribuzione dei titoli presso gli investitori.

A metà 2011, nota il quotidiano della City, gli investitori stranieri detenevano circa il 50% dei titoli di Stato italiani circolanti sul mercato. Oggi, tuttavia, la percentuale è calata visto che almeno il 65% di questi è conservato attualmente in mani sicure. Quali? Quelle degli investitori italiani (banche in primis ma anche risparmiatori), ovviamente, ma anche, e soprattutto, quelle del vero agente di stabilità: la Banca centrale europea. Sulla quale, non a caso, stanno piovendo di nuovo le critiche degli analisti tedeschi.

“Non mi aspetto che nei prossimi giorni la crisi del debito italiano possa esplodere come a metà del 2011”, ha spiegato Jörg Krämer, capo economista della banca tedesca Commerzbank al quotidiano Handelsblatt. “Ma la politica di salvataggio della Banca Centrale Europea, basata sulla stampa di moneta (per comprare titoli di stato di paesi in difficoltà sul mercato secondario, ndr) ha il suo prezzo. Nel lungo periodo c’è il rischio che aumenti l’inflazione, che l’euro diventi più debole e l’economia sia meno dinamica. Nei prossimi anni l’unione monetaria potrebbe assomigliare sempre di più all’Italia degli anni ’70 e ’80 e c’è il rischio che precipitiamo in una unione monetaria all’italiana, con tassi di interesse al minimo, un euro debole e la competitività delle imprese tedesche in pericolo”.

Di pressioni sulla Banca Centrale Europea parla anche la Frankfurter Allgemeine (FAZ), che teme un’ulteriore allentamento della politica monetaria e nuovi aiuti in forma di prestiti agevolati alle banche. E mentre non ci si aspettano sorprese dalla riunione mensile della Banca Centrale Europea di giovedì, la tendenza, secondo un’analisi di Deutsche Bank, va verso “un rilassamento delle politiche della Bce, attraverso uno degli strumenti straordinari introdotti da Draghi”. A questo proposito la banca francese Natixis, citata dalla FAZ, ha lanciato una proposta radicale: la Banca Centrale Europea dovrebbe comprare in grande stile obbligazioni societarie (e non solo titoli di Stato) di imprese con sede nei Paesi in crisi, in modo da “influire positivamente e in modo diretto sulle condizioni di finanziamento delle imprese”. All’attuale stato delle cose sembra molto difficile, se non impossibile, ottenere una maggioranza di voti a favore su una proposta del genere nel Consiglio della BCE. Ma gli scenari potrebbero cambiare rapidamente e in modo inatteso e, considerando le difficoltà crescenti di paesi come Francia e Olanda, interventi del genere non sono da escludere.

Nella situazione attuale sono tornati a pesare i punti di forza del sistema italiano. “Gli investitori stranieri – evidenzia il Financial Times – hanno concesso all’Italia il beneficio del dubbio” puntando sui progressi contabili ottenuti dal governo Monti. L’Italia dovrebbe centrare quest’anno un avanzo primario (l’attivo di bilancio escluso il pagamento degli interessi) pari al 3% del Pil, un dato particolarmente rilevante nel confronto con altri Paesi (la Francia, ad esempio, registra tuttora un dato negativo). Il sistema bancario nazionale, inoltre, resta ancora relativamente solido (nulla a che vedere, ad esempio, con la situazione vissuta in Spagna). Diversi fattori, insomma, contribuiscono alla calma apparente dei mercati. Ma le insidie per il medio-lungo periodo restano comunque vive soprattutto sul fronte della volatilità. Specialmente se la Bce dovesse mollare la presa. “Con la continua incertezza politica – nota ancora Sara Yates di J.P. Morgan – , la debolezza dei dati dell’Eurozona che aumenta le aspettative di un allentamento della politica della Bce e con il “sequester” (il sistema dei tagli automatici alla spesa, ndr) degli Stati Uniti che pesa sulla propensione al rischio, intravediamo la possibilità di ‘venti contrari’ nel breve termine per il cambio euro/dollaro”. Un fenomeno che potrebbe condizionare negativamente i mercati europei.