“Un francese non lo vedo, uno spagnolo nemmeno. In Austria c’è Schoenborn, ma temo che la maggioranza dei cardinali non voglia più un tedesco. Chi c’è ancora in Europa? Il cardinale ungherese Erdo: lo vogliono alcuni italiani di Curia in modo da poter dire che non è un curiale!”. Seduto sul divanetto del salottino di una casa religiosa Sua Eminenza passa in rassegna gli eleggibili. Off the record i cardinali sanno essere molto franchi e molto realisti. Perché un Conclave non è né un coro di angeli né un luogo di intrighi rinascimentali. Diceva con umorismo il cardinale Ratzinger alla tv tedesca nel 1997 che lo Spirito Santo nel conclave “non detta il candidato”, evita soltanto che si combinino guai. Guardare il pre-conclave dal di dentro è cosa diversa dal seguire una campagna elettorale negli Stati Uniti o in Italia. Non ci sono candidati ufficiali né programmi resi pubblici.

Regna un’atmosfera felpata ed eccitante. In una mescolanza irripetibile di razionalità e spiritualità, tensione verso il futuro, preghiera, meditazione, ostilità teologica (a volte anche personale) e calcolo pragmatico delle possibilità e dei numeri. Sua Eminenza viene da fuori, ma viene regolarmente a Roma e conosce sia l’apparato curiale che molti porporati nei vari continenti. Non condivide la fretta di anticipare il conclave. “Stringere i tempi, vuol dire permettere a alcuni in Curia di fabbricare una candidatura e fare pressioni sui porporati, che vengono dall’estero e non hanno tutte le informazioni”. Continuiamo a sfogliare l’album di alcuni papabili. “Dolan di New York no. E’ una personalità positiva, ma non sarebbe una scelta politicamente opportuna. Piuttosto O’Malley, il cappuccino di Boston. Un po’ di spiritualità francescana ci fa bene. Ha fatto pulizia in diocesi dopo gli abusi sessuali, ha venduto il suo palazzo per pagare i risarcimenti. È umile. Conosce lo spagnolo, il che è importante negli Usa dove un terzo dei cattolici è ispanico. Il brasiliano Scherer di San Paolo ha l’esperienza della guida di una grande metropoli. E’ molto sensibile ai problemi della giustizia sociale, si occupa dei poveri, sa bene cosa significa la miseria delle bidonvilles lontane dai quartieri protetti dei benestanti con i loro prati verdi. Ma non saprei dire quanto è disponibile a fare riforme nella Chiesa. L’argentino Bergoglio è troppo vecchio (77 anni), il filippino Tagle troppo giovane (55 anni). Se si arriverà a un papa africano, non saprei. Sebbene Turkson, presidente del Consiglio pontificio Giustizia e Pace, e il cardinale di Kinshasa Laurent Monsengwo Pasinya siano personalità notevoli”. Eminenza ha già un suo candidato? “No. So per chi non voterò”. E’ esattamente questa la situazione a circa una settimana dal conclave. I cardinali pensano, rimuginano, si consultano. Ancora c’è chi non ha digerito le dimissioni di Benedetto XVI. “Avesse chiesto a me – commenta un altro porporato – gli avrei detto: Santità, si prenda un mese di vacanza, poi riduca gli impegni e si faccia aiutare da validi collaboratori” .

Chiedo a un cardinale europeo che cosa non ha funzionato negli otto anni di pontificato ratzingeriano. “Benedetto XVI non ha regnato. Si è rifugiato nel suo studio a scrivere libri. In Curia molti cardinali si lamentavano che non riceveva i capi- dicastero, ognuno seguiva la propria bottega, mentre il Segretario di Stato si arrogava competenze non sue”. Un cardinale statunitense con franchezza yankee ha riassunto lapidario: “Bertone è stato il chiodo nella bara del pontificato”. Parlando a quattr’occhi con i cardinali elettori emergono tre ambiti di questioni. Tre cerchi entro cui individuare la soluzione giusta. Il profilo del futuro pontefice. “Deve essere un pastore. Una persona dialogante. Capace di annunciare il Vangelo in una società che non è atea, ma si è fabbricata gli idoli del denaro, del successo, dell’apparenza”. “Il futuro Papa – sottolinea un altro cardinale – deve sapere parlare a tutti. Essere propositivo, vicino alla gente. E saper governare la Curia”. Dice un veterano tra i porporati: “C’è bisogno di un pontefice che sappia esercitare sempre meglio il primato e coniugarlo con maggiore collegialità”. Soggiunge un cardinale al secondo conclave: “Il successore sia un uomo di fede in grado di mostrare cosa significa credere. Non un manager, ma con la mano di ferro nel guidare la Curia”.

Riformare la Curia è un obiettivo primario. C’è molto malumore perché Benedetto XVI non ha informato il collegio cardinalizio sul contenuto del dossier dei tre cardinali sul caso Vatileaks. E c’è la richiesta di un modo di lavorare più efficiente, in collegamento con l’episcopato mondiale. E dunque, snellire gli organismi, ripristinare regolari incontri dei capi-dicastero con il pontefice, “perché il Papa deve avere maggiori input”, riunioni plenarie del ‘governo’ più frequenti, non solo due-tre volte l’anno, riunioni del collegio cardinalizio con un’agenda precisa, sessioni dei sinodi dei vescovi “con uno, due temi su cui esprimere un parere specifico” e non assemblee generiche su argomenti vasti come la nuova evangelizzazione. “Il Papa – spiega un cardinale – non può essere un personaggio solitario”. E poi c’è desiderio di una Curia meno italiana. “Ma come è stato possibile appoggiare Berlusconi per tanto tempo?” esclama un porporato d’Oltralpe che interpreta anche gli umori dei suoi confratelli d’Oltreatlantico.

Ma al di là delle questioni organizzative, ci sono problemi reali da affrontare. “Sgombriamo il campo dalla riforma del celibato – premette un giovane elettore, che ben rappresenta la maggioranza del conclave – ma certo bisogna affrontare la crisi del clero. I parroci in Europa non ce la fanno a gestire quattro, cinque parrocchie. In America latina a volte anche venti e più!”. “Bisogna discutere apertamente di tutto – insiste un porporato anziano – non è possibile che il Vaticano bastoni, appena si apre una discussione”. Altro tema: valorizzare i laici, fare spazio alle donne negli organismi ecclesiali. “Senza parlare di sacerdozio femminile, ma mettendole a capo di istituzioni”. Qualche cardinale tocca un punto scottante: “Dobbiamo ristudiare la questione della sessualità nella società moderna”. In queste ore regna ancora tra i cardinali una notevole confusione sui nomi, ma anche l’atmosfera di chi si aspetta un balzo verso il futuro. “Non c’è un nome emergente come nel 2005 – confessa un elettore appena sbarcato – ma siamo di fronte a una grande occasione. E’ ora di lasciare il continente europeo”. Parecchi sono d’accordo: “Serve un volto fresco, l’apporto di altre culture, un papa fuori dall’Europa, estraneo alle cordate di Curia”. Cordate? “Sì, il sistema di piazzare amici degli amici”.
Eminenza, l’identikit? “Un uomo di centro, ragionevole e aperto, che non si chiuda in un monologo”.

da Il Fatto Quotidiano del 3 marzo 2013