Ci sono fenomeni che possono essere analizzati anche da chi come me è non è un politologo, perché le incongruenze che li connotano sono talmente evidenti da palesarne le disparità di trattamento che sono alla base. Mi riferisco, in particolare, alla titolarità del diritto di voto e all’acquisizione del diritto di cittadinanza.

Vi propongo di seguirmi in un ragionamento che nasce da alcune osservazioni e analisi condivise. Proverò ad analizzarle guardando alla portata del fenomeno per oggettivarne la tesi secondo cui affermo che siamo di fronte a delle gravi anomalie. Da una parte c’è il tema di una riforma che riconosca la cittadinanza ai minori nati in Italia da genitori stranieri e delle norme per la partecipazione e il diritto di voto a chi, nato in un altro Paese, risiede regolarmente e stabilmente nel nostro da almeno cinque anni; dall’altra vi è quello che garantisce il voto agli italiani residenti all’estero e il diritto alla doppia cittadinanza.

Proverò adesso, con l’ausilio di qualche dato ufficiale, ad analizzare meglio il fenomeno nelle sue proporzioni. Uso il singolare con cognizione di causa perché il fenomeno di cui parlo qui è l’acquisizione del diritto di cittadinanza e la titolarità del diritto al voto che considero un unicum per le evidenti correlazioni. Provo a spiegarmi meglio.

I nati nel nostro Paese ancora giuridicamente stranieri superano il mezzo milione e complessivamente i minori stranieri residenti in Italia sono quasi un milione; di questi settecento mila studiano nelle nostre scuole. Come ricordava il Presidente Napolitano, in occasione dei 150 anni dell’Unità, in uno dei suoi messaggi ai ‘nuovi italiani’: “Senza questi ragazzi l’Italia sarebbe decisamente un Paese più vecchio con minori possibilità di sviluppo. Parimenti, senza il contributo degli immigrati lavoratori non potremmo guardare alla realtà e al futuro dell’Italia”.

La partecipazione politico-amministrativa e il diritto di elettorato di persone immigrate extra-comunitarie che da anni vivono e lavorano continuativamente in Italia restano appesi al tenue filo dell’art. 9 del dlgs. n. 286 del 1998.

D’altro canto l’Italia ha reso possibile il voto all’estero (in qualunque competizione elettorale) di altre persone che, pur avendo cittadinanza italiana – in virtù della legislazione degli anni ’90, che ha ammesso largamente l’ipotesi di “doppia cittadinanza” – non hanno mai toccato il suolo italiano e tantomeno hanno preso parte alle vicende politico-sociali nazionali. Se ciò non bastasse a constatare la grave anomalia e quindi a richiedere con urgenza una riforma al Parlamento, guardiamo ancora qualche dato. All’estero ha votato meno di un italiano su tre alle ultime elezioni e la Farnesina ha precisato che non è stato possibile recapitare per irraggiungibilità dei destinatari l’11,38% dei plichi inviati.

Torniamo agli immigrati regolari presenti nel nostro Paese a fine 2011. Il dossier Caritas-Migrantes parla di oltre cinque milioni di persone su una popolazione che supera di poco i sessanta milioni.

Converrete con me se dico – pur nei limiti di sintesi imposti dal blog – che le basi per una lettura del fenomeno ci sono tutte. Più che nei programmi elettorali dei candidati – l’ultima campagna possiamo dire è stata quasi completamente ‘appaltata’ all’economia – sono rintracciabili nella società civile, grazie a quelle migliaia di persone e realtà associative impegnate nella preparazione di specifiche proposte di legge, che poi sollecitano l’attenzione e la partecipazione dei cittadini. Sto pensando, in particolare, alla campagna L’Italia sono anch’io che ha come oggetto appunto la riforma della legge sulla cittadinanza e delle norme per la partecipazione e il diritto di voto.

Oggi, la cittadinanza italiana continua ad essere regolata dalla legge 91/1992 e dalle successive modifiche e integrazioni. Si basa principalmente sul diritto di sangue ius sanguinis, contrapposto allo ius soli imperniato invece sull’elemento di nascita sul territorio dello Stato. Cosa significa questo in soldoni? Significa che il bambino nato da padre italiano e madre italiana è italiano, mentre il bambino nato in Italia da genitori stranieri oggi non è automaticamente considerato cittadino del Paese nel quale crescerà. E ancora che la partecipazione alla vita politica e amministrativa dei suoi genitori (in quanto non cittadini) non è garantita. Per contro, un italiano stabilmente all’estero, soprattutto con un’altra cittadinanza, contribuisce a decidere chi debba governare l’Italia. In particolare, parlo delle centinaia di italo-brasiliani con cittadinanza italiana. Di questi, 9 su 10 non parlano italiano e 7 su 10 non lo capiscono affatto. Intendiamoci, a noi fa solo piacere se pur essendo cittadini brasiliani e vivendo lontano sentano l’esigenza di mantenere un legame culturale ed emotivo con le proprie origini, però questo non fa più di loro necessariamente dei cittadini della nostra nazione. Tant’è vero che, a titolo di esempio, meno della metà di loro nell’arco della vita hanno visitato l’Italia (magari solo per turismo) e più che alla cittadinanza la quasi totalità di loro si mostra interessata al passaporto europeo. Anche coloro che in qualche modo hanno un legame più forte con l’Italia si interessano di tutto, meno che di politica. Affermo ciò con cognizione di causa maturata anche grazie ai contatti diretti che mantengo col Brasile.

Stefano Rodotà ha scritto su Repubblica un pezzo dal titolo L’agenda dei cittadini. E credo proprio che la riforma della legge di cittadinanza e del conseguente diritto al voto rientri esattamente tra quelle proposte programmatiche che auspichiamo i neo eletti al Parlamento sapranno sfruttare immediatamente. I movimenti che nascono dal basso – Rodotà parla di una ‘rete delle reti’ – sono una struttura capace non solo di produrre proposte, ma di scoprire le strade che possono renderle effettive. E meno male – aggiungo io – visto che la posta in gioco sono i diritti.