Eccoci arrivati alle elezioni, con un anno buono di ritardo; anno che non solo non è servito a risolvere alcuni dei problemi che avevamo, anzi li ha aggravati, ma che ha invece creato i presupposti di instabilità dopo le elezioni, che sono l’ultima cosa di cui avevamo bisogno.

Di questo risultato dobbiamo ringraziare prevalentemente il Presidente della Repubblica e soprattutto il senatore Monti, oltre naturalmente ai partiti che hanno consentito per dodici mesi al governo uscente di fare scempio della nostra situazione economica; la nostra posizione nel panorama economico mondiale è un po’ peggiorata rispetto a dodici mesi fa; non si è intervenuti sul debito, la recessione si è fortemente aggravata e le prospettive sono cupe, anche perché è evidente che per ragioni nebulose il credito che viene concesso alla Francia, nazione con deficit molto elevato, costi sociali analoghi ai nostri ed efficienza produttiva peggiore della nostra non viene dato a noi; forse anche perché non lo chiediamo con la stessa fermezza. A questo si aggiunge ora l’incertezza sulla governabilità dopo il voto.

A questa elezioni arriviamo oltre che con un quadro di possibile instabilità a cui Monti ha contributo in maniera essenziale, anche con una offerta politica che invita a starsene a casa anziché recarsi alle urne. Il “nuovo” che avanza sembra rappresentare due opposti estremismi nei confronti del problema principale che è la nostra partecipazione all’Unione Europea con la permanenza nell’euro; Scelta Civica è appiattita su posizioni rigoriste tedesche che cominciano a fare acqua anche in Germania, oltre a sembrare troppo orientata a garantire un quieto vivere alle banche a discapito del sociale; il M5S è completamente sull’altro versante: referendum sulla permanenza nell’Euro, ipotesi di distacco dalla comunità europea, proposte in materia economica e finanziaria che fanno accapponare la pelle.

D’altra parte i partiti che potrebbero porsi in maniera più negoziale nei confronti di Comunità Europea e speculazione finanziaria puzzano francamente di vecchio; il loro modo di fare politica in maniera “maneggiante”, la corruzione che li ha più volte messi sotto tiro della magistratura, le connivenze con lobbies e corporazioni consolidate, sono stati impietosamente messi a nudo dagli eventi e da Grillo e Monti. Sia Pdl che Pd, anche se ci sono comunque differenze rilevanti tra loro, non possono chiedere credibilità di rinnovamento e per accorgersene basta scorre i nomi nelle liste elettorali che dimostrano senza ombra di dubbio che i centri di potere politico che hanno per decenni espresso i parlamentari più influenti continuano a stare lì, con il presupposto di continuare a fare politica nella stessa maniera.

Le offerte di piccoli partiti, alcune delle quali più dignitose di quanto proposto dai big four, sono destinate a esprimere al massimo uno sparuto gruppo di parlamentari totalmente ininfluente sugli equilibri del Parlamento.

A urne aperte, il dilemma è grande; vengono offerte una bevanda a base di aceto e, in alternativa, una a base di fiele; ce ne sarebbe abbastanza da decidere di non bere.

La scelta di demandare agli altri una decisione che coinvolge anche il proprio destino non appare però propriamente coraggiosa né civicamente opportuna; quindi bisognerà turarsi entrambe le narici e scegliere il meno peggio, sperando di indovinarci. E poi accada quel che deve.