Il Ponte sullo Stretto “non s’ha da fare, è stato il sogno di gloria di Berlusconi”, mentre la Tav “low cost” è una buona via di mezzo tra le esigenze dell’Europa e le risorse dell’Italia. Matteo Mauri ha 39 anni, è candidato alla Camera al quarto posto in Lombardia, ed è responsabile Infrastrutture del Partito democratico.

Non è che in due anni cambiate idea sul Ponte sullo Stretto?
No, guardi, il Ponte non s’ha da fare. Non ha nessun senso né dal punto di vista economico, né geologico. Sarebbe una spesa assurda dagli esiti incerti. È stato il sogno di gloria di Berlusconi.

Quindi alla fine pagheremo la penale alle aziende appaltatrici?
La scelta del governo tecnico (che con un decreto ha prorogato di 2 anni i tempi di approvazione del Cipe al fine di verificare meglio la fattibilità tecnica, ndr) non è legata al fatto che non si volesse chiudere la vicenda, ma è il tentativo di verificare se esistano le condizioni per non pagare la penale o pagarne comunque una ridotta. La posizione del Pd è chiara: si cercherà di verificare se dal punto di vista legale sia possibile ridurre la penale.

Che infrastrutture servono al Sud se il Ponte non s’ha da fare?
Innanzitutto terminare la Salerno-Reggio Calabria, un’infrastruttura importante per un territorio complicato. Adesso si sta concludendo un lotto ma c’è ancora una buona parte che va completata e un lotto addirittura ancora da assegnare. Le pratiche si possono sicuramente chiudere in 5 anni.

Le risorse dove le troviamo?
Le risorse ci sono, bisogna solo usarle meglio. In Italia ci si è concentrati per anni e anni sulle grandi opere, ma noi abbiamo bisogno di medie e piccole opere che sarebbero molto più utili per sbloccare interi sistemi economici. Penso alla portualità: ci sono delle strozzature nei porti che creano molti problemi alla logistica, che sono sia di carattere viario ma soprattutto di carattere ferroviario. Dobbiamo assolutamente recuperare una quota consistente di trasporto su ferro, dunque creare intermodalità, e per farlo bisogna rifinanziare il ferrobonus (incentivo per il trasporto combinato strada-rotaia, ndr) e l’ecobonus (incentivo con l’obiettivo di sostenere le imprese di autotrasporto a fare uso delle rotte marittime, ndr) e realizzare un piano nazionale della mobilità.

La Torino-Lione è indispensabile?
Il progetto definitivo (presentato dal governo il 31 gennaio, ndr), con un risparmio notevole rispetto a quello iniziale, mi sembra un fatto importante. Si fa il tunnel e poi con una bretella si rientra sulla linea storica, e questo accade sia dalla parte italiana che da quella francese. Per la Tav vale quello che vale anche per altre grandi infrastrutture: forte utilità in prospettiva, ma guarda ad un aumento di merci e passeggeri che in questo momento – causa crisi – non c’è. Dunque a fronte delle disponibilità economiche che ci sono al momento il progetto low cost è la soluzione migliore possibile.

I No Tav sono stati ascoltati nella giusta maniera?
Si poteva fare di più. Io penso che ci debba essere un’impostazione diversa dal passato e cioè che in caso di opere invasive debba esserci un confronto aperto con i rappresentanti degli interessi locali. Come è successo ad esempio con la Pedemontana in Lombardia.

Cosa fare per migliorare la viabilità alternativa?
Nei grandi centri urbani si deve garantire un’offerta alternativa al trasporto privato.

Che vuol dire?
Trasporto pubblico locale, innanzitutto. Sappiamo che la crisi ha spinto molte persone a lasciare la macchina e a prendere i mezzi pubblici. Si stima un aumento medio del 15%. Gente che non l’ha fatto perché folgorata sulla via di Damasco dall’ecologismo, ma perché l’assicurazione costa, il carburante idem. E ancora: servono piste ciclabili, car sharing e auto elettriche, che bisogna incentivare. Senza dimenticare i treni per i pendolari, che sono quelli che si caricano sulle spalle le responsabilità di fare andare avanti questo Paese. Uno non può essere contento di arrivare a lavoro solo perché è riuscito a scendere dal treno. (GAV)