Un database per il monitoraggio delle operazioni condotte dal sistema bancario ombra. È la proposta avanzata nei giorni scorsi dalla Banca centrale europea. Una strategia iniziale pensata per colmare le profonde lacune di supervisione che caratterizzano tutte le attività di intermediazione creditizia che si svolgono al di fuori del sistema bancario tradizionale. Ad oggi, spiega l’Eurotower, “devono ancora essere approntate soluzioni efficaci per migliorare il monitoraggio delle attività bancarie ombra, in particolare per quanto riguarda i mercati di prestito titoli e pronti contro termine”. Per questo, prosegue il bollettino “la creazione di un database o trade repository centrale europeo per le operazioni pronti contro termine e di prestito titoli, in linea con le raccomandazioni avanzate dal Financial Stability Board, rappresenterebbe un progresso significativo al riguardo”.

La proposta Bce arriva a quasi un anno di distanza dalle prime prese di posizione sul tema da parte della Ue quando il commissario al Mercato interno e i servizi Michel Barnier annunciò l’intenzione di operare un giro di vite sul comparto dello shadow banking. “Quello che non vogliamo è che le attività e gli istituti finanziari riescano ad aggirare le regole, sia quelle già esistenti sia quelle previste, permettendo che nel sistema finanziario si accumulino nuove fonti di rischio”, dichiarò allora Barnier. Parole cui fanno eco oggi le stesse valutazioni della Bce che fa apertamente riferimento alle “interconnessioni fra le diverse componenti del sistema finanziario” nonché alle “potenziali fonti di vulnerabilità” capaci di “innescare rischi per la stabilità finanziaria”.

Il tema del rischio è ovviamente centrale, vista la natura stessa del comparto “ombra”. Un calderone in cui rientrano strumenti disparati e potenzialmente pericolosi come i money market funds, gli exchange-traded funds e i veicoli di investimento speciali, oltre che, più in generale, il mare magnum della cartolarizzazione che implica l’immissione sul mercato di prodotti strutturati garantiti da un portafoglio di crediti a rating variabile. In sintesi, i prodotti tossici che hanno alimentato la bolla immobiliare scatenando tempeste finanziarie negli Usa e in Europa. A novembre, il Financial Stability Board di Basilea ha stimato in 67mila miliardi di dollari il controvalore dello shadow banking globale. Per intenderci, una cifra pressoché equivalente al valore del Pil del mondo calcolato ai tassi di cambio ufficiali.

Nel 2002 il peso del sistema ombra era stimato in 26mila miliardi, cifra più che raddoppiata nel 2007 (62 mila miliardi). E la crescita del comparto, come si vede dai dati odierni, non si arrestata nemmeno in seguito pur conoscendo un forte rallentamento. Come a dire che l’esplosione della crisi e le forti svalutazioni sui titoli tossici non hanno comunque invertito la tendenza. La spiegazione risiede sostanzialmente nella stretta creditizia imposta dalla crisi e successivamente dalle nuove politiche regolamentari (vedi Basilea III ed Eba). In pratica, una volta incastrate nella contrazione del credito dei circuiti tradizionali, le banche hanno dovuto rivolgersi altrove alla ricerca di nuovi finanziamenti. Alimentando così il sistema ombra.

Non stupisce più di tanto, dunque, che sia stata proprio l’Europa a dare il maggior contributo all’espansione del settore. Nel 2005, ad esempio, le operazioni di shadow banking degli Stati Uniti coprivano da sole il 44% della quota di mercato mondiale. Oggi la loro incidenza è scesa al 35%. Nel 2011, il controvalore misurato nella sola Eurolandia valeva 22mila miliardi (contro i 23 mila degli Usa) cui andavano aggiunti i 9mila miliardi del Regno Unito. Estremamente difficili, invece, le stime sul sistema bancario ombra cinese. Alla fine del 2011 esistevano in merito almeno una dozzina di valutazioni molto diverse tra loro. Si andava dai 2.000 miliardi di yuan (240 miliardi di dollari al cambio attuale) delle statistiche ufficiali di Pechino ai 17,7 trilioni (2.100 miliardi di dollari) della stima della China Union Pay, l’associazione bancaria delle carte di credito cinesi.