Ancora una volta, le notizie che circolano sull’eutanasia sembrano fatte apposta per creare confusione tra i lettori. Questa volta arrivano da oltralpe: La Francia apre all’eutanasia”, leggiamo su La Stampa.it e su varie altre testate. Sottotitolo: Sì alla sedazione terminale per pazienti in fine di vita che abbiano fatto «richieste persistenti e lucide».

La sedazione terminale, però, non ha nulla a che fare con l’eutanasia. La sedazione, legale in Italia e praticata normalmente in cure palliative, è la soppressione mediante farmaci della coscienza quando il dolore non è sostenibile, è un coma indotto farmacologicamente, una sorta (per capirci) di anestesia generale, che non solo non sopprime la vita, ma in molti casi prolunga la sopravvivenza. Perché menzionare allora l’eutanasia?

L’Italia (e non solo l’Italia) è una babele, a questo proposito. Si tende a qualificare come eutanasia la sospensione delle cure salvavita voluta da Welby, la medesima interruzione voluta dai familiari di Eluana Englaro, perfino l’aumento della dose di morfina somministrata per contrastare l’insopportabile dolore creato da certi tumori, che può avere come effetto collaterale una lieve abbreviazione della vita.

Si parla di eutanasia per indicare il suicidio assistito, oppure l’intervento attivo del medico che inietta una sostanza letale (l’eutanasia attiva), e al contempo ecco che qualcuno arriva a qualificare col nome di “eutanasia” la sedazione terminale. Insomma, il comune cittadino, che non ha anni di studi di medicina e di bioetica alle spalle, come può orientarsi in questo affollamento di concetti e giudizi?

La diffusa mancanza di competenze non è questione di poco conto, perché ha a che fare con la democrazia: la corretta informazione ne è condizione indispensabile. La bioetica tratta di mutamenti scientifici destinati a modificare le nostre vite, dalle tecniche riproduttive a quelle di allungamento della vita, ai modi in cui vorremmo condurre e concludere l’esistenza. Tuttavia, noi non ne sappiamo quasi nulla, se non quello che filtra attraverso i mass media, perché nulla ci viene insegnato a tal proposito nelle scuole.

Per questo credo sia venuto il momento di parlare almeno lo stesso linguaggio: chiamiamo eutanasia la cosiddetta eutanasia attiva, l’iniezione letale, praticata dal medico o da un’altra persona con l’obiettivo di provocare la morte, naturalmente su richiesta del paziente. Cosa ne pensate? Siete d’accordo?