A lungo ho pensato che Psa Peugeot-Citroen, la principale casa automobilistica francese, che ha molti elementi in comune con la Fiat (tradizionalmente forte sulle «piccole» e ancora oggi controllata da una famiglia dell’aristocrazia industriale francese, i Peugeot), fosse anche molto migliore del Lingotto: come strategia, addirittura come etica. E che, con le sue scelte controcorrente, potesse spuntarla sulla crisi. Lo riconosco, mi sono sbagliato.

Negli ultimi anni, mentre Mister Marchionne rimandava il lancio di nuove vetture e presentava novità col contagocce, giustificandosi con i tempi di crisi (non vale la pena: lo sviluppo di un nuovo modello costa e poi dopo la domanda non segue), Peugeot ne sfornava uno dietro l’altro. A me sembrava coraggioso e un po’ lo era davvero. Altra particolarità di Peugeot: rispetto a Fiat, ma anche a Renault (che pur ha come azionista di riferimento lo Stato francese), continuava a difendere la sua produzione in patria, limitando o almeno rallentando la delocalizzazione. Ancora oggi (nonostante un forte calo l’anno scorso) il 35% della fabbricazione mondiale si effettua in Francia, contro il 17,5% di Renault. O contro il 23%, che è la quota della produzione di Fiat in Italia. Il perché va ricercato nell’accanimento dei Peugeot, poco finanzieri e molto industriali vecchio stampo, a difendere il made in France, nonostante il costo del lavoro nell’industria automobilistica sia lì ormai superiore a quello della Germania. Per i Peugeot era una questione d’onore. Anche di etica (per loro, protestanti, la parola ha un significato importante).

Ebbene, i modelli a ripetizione collocati da Psa sul mercato non hanno funzionato. Hanno consumato mediamente più soldi di quanti ne abbiano portati nelle casse del gruppo, che l’anno scorso ha bruciato 200 milioni di euro di cash al mese. Mercoledì presenterà i conti del 2012. E dovrebbero essere catastrofici, molto peggio di Fiat. Quanto all’ostinazione a mantenere operativi a pieno ritmo gli impianti francesi, il gruppo, che secondo alcuni osservatori sarebbe sull’orlo della bancarotta, sta facendo precipitosamente marcia indietro: chiuderà Aulnay-sous-Bois, la storica fabbrica di Psa alle porte di Parigi, per Peugeot una sorta di Mirafiori. E solo in Francia saranno fatti fuori 11.200 posti di lavoro entro la metà del 2014.

Sfortunatamente l’originalità di Psa non ha funzionato. Per nulla. La casa va ancora peggio delle altre, in una fase difficile per tutto il settore, almeno in Europa. Lo scorso ottobre il Presidente François Hollande ha dato il via libera a una garanzia di sette miliardi di euro per salvare la banca del gruppo. E negli ultimi giorni si parla di una nazionalizzazione di tutta Psa. Che salverebbe sicuramente i posti di lavoro ora in pericolo. E frenerebbe la chiusura di Aulnay. Ma probabilmente non risolverebbe i problemi profondi di questo gigante malato dell’industria francese. Almeno quelli sul lungo periodo.