Con uno scontato testa-coda, l’Agcom ha rivisto la sua opinione sulla possibilità di diffondere i sondaggi sulle intenzioni di voto tramite un’app a pagamento per smartphone. La decisione è coerente con lo spirito della legge sulla par condicio, ma il problema è tutt’altro che risolto.

Il ruolo dei social network nella prossima competizione elettorale resta ancora tutto da vedere e c’è da credere che le sorprese (e le polemiche) non finiranno qui. Guardando la lettera della legge 28/2000, infatti, si fa riferimento sempre e solo a “emittenti ed editori”. Peccato che Facebook e Twitter siano ambienti in cui chiunque diventa (con maggiore o minore peso) una fonte di notizie. Quando si parla di sanzioni, poi, troviamo un riferimento a “rettifiche”, “chiarimenti” o “ulteriori provvedimenti d’urgenza”. A occhio, nulla che possa impattare davvero sulla Rete che, tra le altre cose, ha dimensioni e caratteristiche che ne impediscono un controllo simile a quello che l’Agcom ha sui media tradizionali. A meno, ovviamente, che non si parta con un bel filtro in stile cinese che blocchi tutti i tweet e i post Facebook che trattano di sondaggi. Magari bloccando l’uso del simbolo % insieme alle parole chiave “sondaggio”, “elezioni 2013”, “voto” e simili. Insomma: di fronte ai social network la legge si sgretola ed è lecito aspettarsi che il bug dei social network venga sfruttato ampiamente lasciando circolare sondaggi in tutto il periodo delle votazioni.

Qual è il problema? Il primo e più evidente riguarda la veridicità dei dati. Un sondaggio pubblicato da un media ufficiale è (normalmente) ufficiale e verificato. Quelli che potrebbero comparire su Internet non avrebbero né il carattere dell’ufficialità, né una fonte certa. Se qualcuno con un minimo di competenza in comunicazione virale ha intenzione di incassare un po’ di soldi, quindi, può cominciare  a contattare i vari partiti per mettere in piedi qualche bella campagna di disinformazione online: guadagno garantito e impunità assicurata. La vera questione, però, somiglia un po’ a quella del proverbio cinese del saggio che indica la luna e dello sciocco che guarda il dito. Perché la diffusione dei sondaggi in periodo di voto sarebbe una tale tragedia? La risposta arriva dalla nostra meravigliosa legge elettorale, ovvero la “porcata” (parola del suo ideatore) partorita in tempi sospettissimi dal bravo Calderoli. Il sistema di sbarramenti, accorpamenti, scorpori e barocchismi vari che impestano il sistema elettorale italiano non hanno eguali nel resto del mondo e trasformano il famigerato “voto utile” nel santo graal della politica elettorale.

Un concetto che è entrato subito nell’immaginario collettivo dei cittadini e che può spostare voti (magari disgiunti) da una lista all’altra in una sorta di risiko elettorale collettivo. Stando così le cose, forse sarebbe consigliabile abrogare l’articolo 8 della legge e lasciare che i sondaggi fluiscano serenamente su radio, Tv e web senza alcuna limitazione. Visto che non si possono cambiare le regole in corsa, però, questa soluzione sarà difficilmente praticabile.

Mettiamoci comodi, ne vedremo delle belle.