Sto seguendo da circa sei mesi la pittura di Sonia Ros non da “specialista”, ma da “dilettante”, nell’accezione pregnante che a questa espressione attribuisce un intellettuale e artista poliedrico come Alberto Savinio. Il dilettante, nella misura in cui si emancipa da qualsiasi schema precostituito, a ogni incontro con un’opera d’arte ha un coinvolgimento evocativo “speciale”.

Penso, in particolare, ad uno degli ultimi dipinti che ho ammirato, Il richiamo della foresta (2012). Sono stato letteralmente tramortito dalla visione “maestosa”, portatrice di collisioni – cromatiche e contenutistiche – inconciliabili. E d’emblée, di primo acchito, ho subito pensato alla riedizione di un grande libro, quello scritto da Quirino Principe, Mahler, La musica tra eros e thanatos (Milano 2012). Mahler è uno dei miei compositori prediletti, l’unico cui abbia deciso di dedicare il mio impulso-atteggiamento di “collezionista”. Sono arrivato a raccogliere – tra dischi al vinile, registrazioni radiofoniche dal vivo e compact – poco meno di mille esecuzioni delle sinfonie e della liederistica, pur essendo perfettamente consapevole che non riuscirò mai a dare compiutezza assoluta al mio impulso desiderante di “collezionista”.

Il collezionista, commenta con finezza Walter Benjamin, è una figura complementare all’“allegorista”: sa che non potrà arrivare al tutto, sa che il suo desiderio rimarrà eternamente frustrato, sa, in ultima istanza, che il suo eros finirà per estinguersi nel nulla.

La carica prorompente di sensualità – che ho ravvisato ne Il richiamo della foresta come nella tela, altrettanto solenne, dal titolo Ingranaggio napoleonico (2012) – mi ha immediatamente ricongiunto ad echi mahleriani raffinatissimi che qualcuno ha giustamente definito con la formula “ascesi ebraico-romantica”: una ricerca di redenzione che è interna alla vita stessa, ma che non può prescindere dal contributo dell’arte.

La collisione tra “eros e thanatos” è il contributo estremo dell’immaginario pittorico di Sonia Ros: un conflitto che esaspera il momento dell’“eccesso”, nell’accezione del latino biblico, dove excessus vitae è l’uscita dalla vita e l’accesso a un’“altra vita”, uno dei nomi della morte.

Ma questo è solo uno dei profili dell’“eccesso” rappresentati dalle visioni di Sonia Ros. “Eccesso” designa, infatti, anche gli istanti in cui l’anima si scioglie dai suoi legami per visitare luoghi superiori: l’excessus mentis è allora l’equivalente del termine greco extatis. Pietro, negli Atti degli apostoli, dice: “Mentre pregavo, fui rapito fuori dai sensi ed ebbi una visione (vidi in excessu mentis)”.

L’eccesso è, quindi, superamento, obbedienza a un’autorità che ci strappa da noi stessi. Secondo la tradizione platonica, è il privilegio di un’anima trasportata dall’eros, che il furor scioglie dai suoi legami corporei consentendole di raggiungere la sua vera patria.

Il lemma “eccesso” appare anche nel Don Giovanni di Mozart-Da Ponte, nel trio con cui si chiude la prima scena dell’opera, quando Leporello, l’ombra di Don Giovanni, esclama: “Qual misfatto, qual eccesso!”.

Il mondo allucinato di Sonia Ros presume questo attraversamento di tutti i registri dell’eccesso fino a quello “estremo”, la lacerazione della morte.