“L’ultimo destinatario del ‘papello‘ di Totò Riina era Nicola Mancino“, allora ministro dell’Interno. Lo ha detto in aula il pentito di mafia Giovanni Brusca, nell’udienza preliminare per la trattativa tra Stato e mafia in corso a Palermo. Brusca, che viene sentito per ragioni di sicurezza in trasferta, nel carcere romano di Rebibbia, è stato citato dal gup Piergiorgio Morosini che nell’ultima udienza ha disposto integrazioni probabtorie.

Il boss ha ribadito quanto messo a verbale durante le indagini anche rispetto a un altro imputato del processo trattativa, l’ex ministro Dc Calogero Mannino. “Nel 1992 Totò Riina, tramite Salvatore Biondino, mi diede l’incarico di uccidere Calogero Mannino, ma poi l’incarico mi venne revocato”. Secondo i magistrati l’incarico venne revocato perché Mannino, sentendosi appunto in pericolo dopo l’omicidio Lima, sarebbe stato tra i protagonisti della trattativa tra Stato e mafia per fare cessare la strategia stragista di Cosa nostra. 

Inoltre, ha aggiunto, la mafia aveva preso in considerazione l’ipotesi di uccidere l’ex ministro della Giustizia Claudio Martelli, e Antonio Di Pietro, quando era ancora un Pm della Procura di Milano. Dell’attentato a Martelli, ha detto, “me ne sono interessato io e mandai qualcuno ad osservarlo”, ha affermato Brusca, mentre su Di Pietro “avevo riferito a Toto Riina un colloquio tra me e Eugenio Galea, che si era messo a disposizione per uccidere Di Pietro: diceva che era facilissimo, perché viaggiava spesso da solo con una Tipo”. 

Brusca ha anche confermato il movente del delitto Lima, uno dei primi atti della strategia di attacco allo Stato da parte di Cosa nostra. “Con l’omicidio Lima si voleva colpire politicamente Andreotti“. L’eurodeputato Dc Salvo Lima, capocorrente degli andreottiani in Sicilia, venne ucciso a Palermo il 12 marzo del 1992. La sentenza definitiva ha accertato che venne assassinato da Cosa nostra perché non avrebbe mantenuto fede agli impegni presi con i boss sul maxiprocesso. Nel ’92 si andò anche al voto e Brusca ha spiegato al gup che “nell’aprile del ’92 non avevamo preferenze politiche e neppure indicazioni. Volevamo solo distruggere la corrente andreottiana”.

Il papello di cui ha parlato il collaboratore è l’ormai famoso foglio contenente le richieste avanzate da Cosa nostra allo Stato per fare terminare, dopo la stragi di Capaci, la stretegia stragista della mafia. Nicola Mancino, già ministro dell’Interno e presidente del Senato, è tra i dieci imputati dell’udienza preliminare, con l’accusa di falsa testimonianza. Alla sbarra anche lo stesso Brusca, ma anche il generale Mario Mori e Marcello Dell’Utri.  “Non ho mai ricevuto alcuna richiesta” per un “alleggerimento del contrasto dello Stato nella lotta alla mafia”, è la replica di Mancino alle dichiarazioni di Brusca. “Nel periodo in cui ho rivestito la carica di ministro dell’Interno non ho mai ricevuto alcuna richiesta da parte di chicchessia in ordine a un’eventuale alleggerimento del contrasto dello Stato, che fu senza quartiere, nella lotta alla mafia e ad ogni altra forma di criminalità organizzata”.

Nel corso della lunga deposizione, Brusca ha poi confermato con assoluta certezza che Riina gli avrebbe parlato del papello con le richieste della mafia allo Stato “dopo la strage di Capaci e prima della strage di via D’Amelio”. L’ex boss di San Giuseppe Jato specifica anche che il capo dei corleonesi, il suo “maestro d’arte”, come lo ha definito in aula, gli avrebbe detto che il papello “era stato in quel momento non solo scritto, ma anche consegnato”.

Il ‘papello’ è un foglio di carta bianco, con dodici pun­ti scritti a mano, in stampatel­lo, senza errori di ortografia tranne uno (fragranza invece di flagranza), con calligrafia chiara. Una calligrafia che non sembra appartenere nè a Riina è a Bernardo Proven­zano. Secondo i racconti di Massimo Ciancimino, lui lo ritirò chiuso in una busta, in un bar di Mondello, dal medico condanna­to per mafia Antonino Cinà. Lo portò a suo padre e poi lo rivide nelle mani del misterioso “si­gnor Franco“, o “Carlo”, l’uomo mai identificato dei servizi segre­ti avrebbe partecipato alla trattativa.

L’intermediario disse a Vito Cian­cimino che poteva andare avanti, e l’ex sindaco ordinò al figlio di combinare un altro appuntamen­to con Mario Mori e Giuseppe De Donno, del Ros. Entrambi sono imputati nel procedimento. A loro diede il papello, e a riprova di ciò, come ha sempre detto Ciancimino junior, sull’originale del documen­to è applicato un post-it scritto a mano dal padre dove si legge “Consegnato in copia spontanea­mente al col. Mori, dei carabinie­ri dei Ros”. Ma l’originale i magistrati non l’hanno mai visto.

Intanto il gip di Palermo Riccardo Ricciardo si è preso ancora tempo fino alla settimana prossima per decidere sulla distruzione dei file con le intercettazioni delle telefonate tra lo stesso Mancino e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’istanza in questo senso era stata presentata dalla Procura dopo la sentenza della Corte costituzionale che dava ragione al Quirinale nel conflitto di attribuzione sollevato proprio sulla questione intercettazioni