La vicenda Monte dei Paschi non è dovuta a carenza di controlli, ma alla governance del nostro sistema bancario. È un caso di cattiva gestione, con precise responsabilità del management. Il nodo resta la struttura proprietaria del sistema bancario, politicizzato attraverso le fondazioni. Ma nei programmi elettorali non una parola per affrontarlo.

di Luigi Guiso* e Tito Boeri** (lavoce.info)

Cosa insegnano le crisi

Le crisi bancarie e gli scandali finanziari sono eventi molto costosi – per le istituzioni che li vivono, per i risparmiatori che ne sono investiti, per le altre istituzioni finanziarie che talvolta ne vengono contagiate, per le imprese e i consumatori che fanno uso dei loro servizi. Ma hanno un pregio: portano alla luce ciò che non va nell’architettura del sistema e costringono ad aprire gli occhi, anche quelli di chi gli occhi non voleva aprirli o, pur avendoli aperti, non sapeva vedere. Così è stato per la crisi finanziaria, così è per la vicenda Monte dei Paschi. La campagna elettorale, però, rischia di occultare le lezioni più importanti che si possono trarre da questa vicenda. Troppe le semplificazioni e altrettante le brutali distorsioni, usate sia da rappresentanti politici che, talvolta, da giornalisti che in altre circostanze hanno mostrato notevole acume. Bene trarre le principali lezioni da questa vicenda. Anche perché la campagna elettorale offre l’opportunità di costringere i partiti a prendere posizione.

Non è un problema di controlli….

La vicenda del Monte dei Paschi non è un problema di carenza di controlli da parte delle autorità di supervisione, malgrado il tentativo di parecchi di sostenere il contrario. La ricostruzione depositata martedì scorso in Parlamento dimostra che Banca d’Italia ha operato con tempismo, ha monitorato costantemente le attività e i conti del Monte Paschi intensificando i suoi interventi mano a mano che la situazione diveniva più tesa. Ad esempio, via Nazionale ha chiesto che la situazione di liquidità del banco fosse trasmessa giornalmente alla vigilanza, e successivamente, forse non fidandosi, ha imposto al direttore Vigni di firmare personalmente i report. L’autorità di supervisione si è spinta fino a dettare all’azionariato il cambio dell’intero consiglio di amministrazione e del direttore generale, utilizzando quindi tutti i poteri che la legislazione le assegnava e, per quanto riguarda la rimozione del CdA, la propria moral suasion. Se disponesse del potere di removal – cioè del potere di rimuovere gli amministratori come dispongono le autorità di numerosi altri paesi, probabilmente avrebbe potuto agire ancora più tempestivamente. Col senno di poi si può sostenere che avrebbero potuto convocare gli azionisti e la vicenda non sarebbe sfuggita di mano. Ma del senno di poi sono piene le fosse. C’è un punto importante da chiarire perché su questo si sono appuntate le critiche di questi giorni all’organo di vigilanza, incluse quelle di Milena Gabanelli sul Corriere: cosa sapeva la Banca d’Italia dei due contratti derivati Santorini e Alexandria? L’ispezione della Banca d’Italia aveva appurato, come rileva il rapporto ispettivo, l’esistenza di questi due contratti derivati e aveva fatto rilievi sull’insufficienza dei presidi interni per la gestione del rischio sottostante. Ciò che gli ispettori non potevano sapere, perché l’informazione è stata loro nascosta, è che la natura di quei contratti è stata successivamente modificata e la modifica celata nella famosa cassaforte (che poteva essere a Siena come in una controllata estera e non è pensabile che gli ispettori possano aprire tutte le casseforti). Che sia così è provato dal fatto che la procura di Siena ha attivato un procedura nei confronti degli amministratori di Mps per ostacolo all’attività di vigilanza. In questo Banca d’Italia è parte lesa. Se vi è stato un limite nei controlli, questo non va cercato nella Banca d’Italia. L’omissione eventualmente risiede nella scarsa supervisione esercitata sulle fondazioni bancarie da parte del Tesoro. È un argomento che avevamo sollevato mesi fa. Ma anche questo aspetto di per sé non è sufficiente a spiegare il caso Mps.

…E’ un pronlema di governance

Il caso Monte Paschi è un caso di cattiva gestione le cui responsabilità vanno addossate al management. È del management e della proprietà che gli sta dietro la scelta di espandersi e acquisire Antonveneta, il vero turning point delle fortune dell’istituto senese. Ed è responsabilità del management e della proprietà la decisione di accettare di pagare il prezzo che ha pagato al Santander, così come è della dirigenza e di Mps la scelta di usare i due derivati per distribuire nel tempo perdite maturate e la loro modalità di rendicontazione. E la qualità del management e il suo comportamento riflette la struttura della proprietà, la governance delle banche. È questo il punto sui cui occorre riflettere.
La miopia di Mps è figlia della struttura proprietaria del nostro sistema bancario, politicizzato per tramite delle fondazioni, come denunciamo da tempo e come rimarcato anche dal Fondo monetario nelle sue raccomandazioni al governo italiano (si veda lo Staff Report del 2011 al box 4), ignorate dal Governo Berlusconi e poi dallo stesso Governo tecnico. Come denunciava il Fondo monetario in documenti che generalmente sono molto cauti nei toni, “i politici locali che controllano le fondazioni, possono esercitare un’indebita interferenza nella governance delle banche e allontanare investitori potenziali da queste ultime”. Il Fondo chiedeva anche che non fosse più il ministero del Tesoro a esercitare la supervisione sulle fondazioni. Purtroppo, la sua richiesta è rimasta lettera morta. Certo un vero regolatore avrebbe impedito alla Fondazione Monte dei Paschi di indebitarsi e bruciare il proprio patrimonio pur di partecipare all’aumento di capitale della banca conferitaria.

Bene incalzare i politici

Il fatto grave è che nessun partito affronta nel suo programma elettorale questo nodo cruciale. Nei programmi di Pdl, Pd, Movimento 5 Stelle, Lista Monti, il tema della struttura proprietaria, della governance del nostro sistema bancario non viene minimamente affrontato. Legittimo pensare che sia perché questi partiti hanno tutti poltrone nei board delle fondazioni  e, da questa posizione, realizzano il loro sogno di “avere una banca” tutta per loro. Vogliamo sperare che la gravità del caso Mps induca a un serio ripensamento. Molti rappresentanti politici, a partire da Mario Monti, si sono precipitati in questi giorni a chiedere di separare le banche dalla politica, ma non hanno detto come raggiungere l’obiettivo e si sono astenuti dal nominare le fondazioni bancarie, che è il canale attraverso cui politica e banche si saldano. Nei fatti le premesse di una svolta ancora non si vedono. È un mondo talmente autoreferenziale, quello delle banche e delle fondazioni bancarie, che non sembra neanche accorgersi del discredito che ha ormai non solo sul piano internazionale, ma anche all’interno del nostro paese. Nel luglio scorso questo stesso mondo confermava ai vertici dell’Associazione bancaria italiana, Giuseppe Mussari, appena “licenziato” dagli ispettori della Banca d’Italia per le irregolarità compiute nella sua gestione di Mps e queste fossero allora già note (si veda anche a questo proposito il comunicato di Banca d’Italia). In questi giorni si è proceduto a sostituire Mussari con un altro politico, un altro uomo delle Fondazioni, Antonio Patuelli che vanta una lunga carriera politica conclusa all’ombra di Giuseppe Guzzetti, il grande power broker delle fondazioni. Le sue prime dichiarazioni sono tutte un programma … di ipocrisia al potere: «Crediamo ed operiamo per banche assolutamente indipendenti, distanti e distinte dalla politica e da ogni rischio di interferenze ed interessi di conflitto». Le fondazioni che oggi hanno posizioni di controllo nelle maggiori banche italiane hanno anche più del 30 per cento di posti di comando coperti da politici. Tra i quali figura lo stesso Patuelli, lunga carriera nel PLI, deputato in due legislature e con incarichi ministeriali sui temi più svariati, dall’istruzione, alla cultura, all’agricoltura e alla difesa. Laureato in giurisprudenza, l’unica cosa di cui non si è mai occupato prima di arrivare ai vertici della Cassa di Risparmio di Ravenna e dell’ACRI è di banche.

*Luigi Guiso è professore di Economia allo European University Institute, Firenze. Ha lavorato come economista per molti anni al Servizio Studi della Banca d’Italia occupandosi di macroeconomia, politica economica e analisi della congiuntura. E’ fellow del CEPR e direttore del Finance Program, e fellows del Luigi Einaudi Institute for Economics and Finance. Gli interessi correnti di studio e di ricerca vertono sui campi dell’economia finanziaria, delle scelte finanziarie delle famiglie, della macroeconomia, dei legami tra economia e istituzioni. temi recenti di ricerca includono l’effetto della cultura sull’economia e le origini del capitale sociale.

**Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all’Economia Bocconi, dove ha progettato e diretto il primo corso di laurea interamente in lingua inglese. E’ Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento e collabora con La Repubblica. I suoi saggi e articoli possono essere letti su www.igier.uni-bocconi.it. Segui @Tboeri su Twitter