Con circa sei milioni di lavoratori disoccupati (secondo alcune stime, già abbiamo superato questa cifra) bisogna tornare a sottolineare l’evidenza, una questione tanto semplice che mette anche un po’ di vergogna dover ricordarlo un’altra volta: la creazione di posti di lavoro, la generazione del lavoro di qualità e sostenibile è ciò che dà un senso e legittima la politica economica.

Se questo obiettivo si perde di vista o anche se il suo raggiungimento si subordina, in una relazione di causa-effetto confusa e discutibile, all’implementazione di “politiche di austerità” e di “riforme strutturali” che in realtà hanno distrutto milioni di posti di lavoro e hanno degradato le condizioni lavorative dei lavoratori, allora significa che l’economia e i governi hanno perso la bussola, sono usciti fuori dal seminato della vera ragione di essere, che non è, né può essere diversa dal benessere della popolazione.

Tutto peggiora e i politici che ci governano promettono più del solito, facendo sfoggio di un’incapacità, un cinismo e una irresponsabilità che stanno facendo storia. E’ passato del tempo, ma non importa, nonostante questo continuano ad incolpare l’eredità ricevuta, come se loro non avessero niente da dire sul disastro sociale che si sta creando, forse in modo irreversibile, in questo paese.

Per dignità, per necessità, si impone un cambiamento di rotta, una virata radicale. Mettere il lavoro al centro stesso della politica economica implica, prima di tutto, come punto del piano d’emergenza, frenare i tagli alla spesa, per questo chiamati tagli (che stanno ricadendo in modo implacabile sulle questioni sociali) sono i responsabili più immediati dell’insopportabile aumento del tasso di disoccupazione.

Una politica centrata sul lavoro necessita di un programma di spesa pubblica orientato in questa direzione; al posto di versare quantità ingenti di denaro nelle banche, nei suoi management e nei suoi gruppo di azionariato, che sono stati i principali responsabili della crisi, al posto di consegnare, regalare, imprese e attivi pubblici ai mercati attraverso poco trasparenti processi di privatizzazione.

Frenare questa emorragia è necessario per impedire la frattura sociale e per concentrare le risorse nelle politiche d’occupazione. La fattibilità delle stesse, dipende allo stesso modo, dal confrontare i bassi livelli di tassazione delle rendite da capitale, i patrimoni e le grandi fortune e dal perseguitare le sacche di evasione chiaramente individuate.

Una politica destinata al mantenimento del lavoro obbliga alla modifica di una legislazione del lavoro, come quella attuale e le precedenti, che stimola la riduzione degli organici e le riduzioni di salario, in cambio di…niente.

Una virata nella politica economica implica molte più cose che quelle qui descritte in questa nota d’urgenza, ma soprattutto richiede una risposta proporzionata alla colossale sfida che dobbiamo affrontare: un’economia alla deriva, stretta nella morsa degli interessi (le mani visibili dei mercati) che si stanno arricchendo a piene mani, immersa in un enorme divario sociale, e che, non lo dimentichiamo, qui sta il nostro futuro, apre un orizzonte lugubre per i nostri giovani.