Scomparso a Milano
di Giustina Porcelli

Prima Parte
Rami

1. Il ramo si origina da una gemma mista

25 Luglio 2010, Milano

Dopo ventidue giorni di alta pressione africana, l’Italia fu investita da fresche e rigeneranti correnti del nord: finalmente, la gente mise da parte gli istinti omicidi tornando alla pacifica convivenza e alla civile tolleranza.

Solo dodici ore prima, Marzia sarebbe stata al settimo cielo all’idea di fuggire via da Milano; poi, però, la temperatura era scesa, e mentre aspettava l’autobus che l’avrebbe portata a Linate, la ragazza fu certa di non volersene andare, nonostante la destinazione fosse il mare, il suo mare. Per lei, lasciare Milano era sempre un po’ destabilizzante, ma nessuna partenza le aveva mai procurato tanta angoscia: avrebbe di gran lunga preferito rimanere con Monica e Chiara fino ai primi di Agosto, ma era accaduto l’inimmaginabile ed era stata costretta ad anticipare il viaggio. La notizia, che l’aveva raggiunta dalla Puglia la sera prima, le era rimasta invischiata sulla pelle per tutta la notte. Come una crema troppo grassa.

Erano passati circa quaranta giorni dall’ultima volta che era stata a casa, dai suoi. Allora, suo padre non le era sembrato diverso: né triste, né felice, ma normalmente concentrato su se stesso e assorbito dai propri problemi. Antonio Di Pinto non consolava, non coccolava e non rimboccava le coperte a nessuno. Nonostante tutto, in una sorta di proiezione immaginifica, Marzia ne custodiva un ricordo piacevolmente distorto. La ragazza avrebbe voluto recuperare la fiducia incondizionata, l’amore e l’ammirazione che riponeva nel padre quand’era bambina; ma sapeva che l’ingenuità di un tempo era ormai stata scalzata dall’arroganza dei suoi ventun anni e dalla crescente freddezza del papà.

Il decollo lineare e senza sobbalzi illuse Marzia di essere ancora sulla pista, ben salda alla città che, da decenni, adottava i ‘bimbi sperduti’ di tutta Italia: l’idea di rimettere in pausa la sua vita per adattarsi al ritmo degli altri e di sobbarcarsi i casini di genitori e sorelle le dava la nausea. Capacitarsene la fece sentire una persona meschina ed egoista. Non appena fu in aria, però, tutto cambiò: riusciva sempre a rilassarsi, in volo. Lassù, nessuna radice l’ancorava al suolo e non sentiva di appartenere né a Milano né a Bisceglie. Era di entrambe e di nessuna città, seppure per poco.

Passarono dieci minuti: il libro sfilato dal bagaglio a mano era ancora chiuso, e pesava sulle cosce e sulla coscienza di Marzia come un macigno. La ragazza appoggiò la fronte contro l’oblò rigato di condensa, e guardò le nuvole bianche e gonfie: di lì a un’ora e mezza, Milano non sarebbe più esistita, non per Marzia che stava per entrare nella seconda dimensione, quella in cui viveva la sua famiglia. Bisceglie e Milano erano due realtà estremamente diverse e, alle volte, Marzia aveva l’impressione che una negasse l’esistenza dell’altra. Partire e tornare, fare e disfare le valigie, ritrovarsi e separarsi: era come addormentarsi e svegliarsi continuamente e, di volta in volta, essere obbligata a guardarsi attorno per giorni prima di riuscire ad ambientarsi.

La ragazza osservò la copertina del tomo sulle sue ginocchia: l’universo vegetale era sempre stato un buon posto in cui nascondersi, riflettere o riprendere fiato.  Doveva darsi da fare. Settembre era dietro l’angolo e, con lui, l’esame di ‘Entomologia e Patologia vegetale’.

Marzia cercò di non pensare al dramma che aveva colpito la sua famiglia. Le nuvole sotto di lei, il dondolio e il rumore dei motori dell’aereo l’aiutarono: era facile essere vaghi nella ‘non dimensione’. Ma come si sarebbe comportata dopo l’atterraggio? Marzia viveva a Milano da tre anni. Sapeva che, presto o tardi, si sarebbe trovata nella condizione di dover scegliere in quale città vivere: era la storia della sua famiglia. Suo padre, i suoi zii, suo cugino: i Di Pinto avevano da sempre un piede a Milano e uno a Bisceglie, come se non avessero pace in nessun luogo. Marzia ebbe il timore che fosse già arrivato il tempo di decidere della sua vita, e non era affatto pronta: aveva sempre creduto di avere un sacco di tempo a disposizione. Se avesse frequentato l’Università degli Studi di Bari, invece di ostinarsi e seguire le orme di suo padre, ora non si sarebbe trovata su quell’aereo. Marzia si sentì improvvisamente confusa: ce l’aveva con suo padre? E perché? Era stata lei a scegliere la Facoltà di Agraria di Milano, non certo lui. Di colpo ebbe la netta sensazione di aver fatto quella scelta solo per compiacere e rendere fiero di lei quell’uomo tanto esigente e sempre più schivo. Marzia avrebbe dato qualsiasi cosa per dimostrargli che, in fondo in fondo, loro due si somigliavano come due gocce d’acqua, e che la giovane Di Pinto aveva lo stesso spessore e la medesima linfa del papà. Ma non era così. Per niente. La sua infanzia spensierata non poteva nemmeno essere paragonata a quella del padre. Marzia era sicura che, se da piccola fosse stata costretta a subire quello che il destino aveva riservato al padre, le sarebbero rimaste addosso ferite insanabili: suo padre aveva solo nove anni quando si era trasferito a Milano, e non aveva nessuno dalla sua parte, nessuno a difenderlo. Ma ce l’aveva fatta: nessuno era riuscito a piegare Antonio Di Pinto. Ogni volta che raccontava aneddoti di quel periodo, il viso del padre si illuminava. Secondo Loredana, una delle due sorelle di Marzia, il papà aveva sofferto talmente tanto da diventare immune al dolore stesso. Stranamente, a Marzia il padre era sempre sembrato più arrabbiato che insensibile, ma non aveva mai provato l’impulso di chiedergliene il motivo.   

“Odio quest’albero” le aveva detto una volta, “lo odio perché lui vivrà più di me: io sarò morto e lui esisterà ancora” aveva concluso lasciando la figlia a fissare il grosso pino silvestre le cui radici avevano spaccato in più punti il cemento della piattaforma lì accanto. Quando Marzia era piccola, capitava che sua madre portasse lei e le sue amichette in campagna dal padre: nascondersi dietro gli alberi e acquattarsi fra le piante di zucchine e di pomodori era divertentissimo e, a fine giornata, le bambine erano sporche di terra, profumate di sole e felici come pasque. Il quadrato grigio, sul quale Antonio parcheggiava camion e trattore prima di inoltrarsi nel fondo, era il solo punto in cui erano libere di riposarsi. “Arimo!” gridavano prima di crollare ansimanti sul cemento: quella ‘parola magica’ sospendeva i giochi e dava loro la possibilità di allacciarsi le stringhe, bere un po’ d’acqua o disinfettare un ginocchio sbucciato senza essere squalificate.

“Che significa?” si era informato un giorno Antonio mentre cercava un paio di forbici nel cassetto del camioncino.

“Non lo so, ma funziona: ferma il tempo” gli aveva risposto Marzia riprendendo fiato.

“Addirittura.”

“Ah-ha. Quando sei stanco puoi fare finta di avere il mal di pancia o di dover fare la pipì e invece ti riposi… così puoi continuare a giocare all’infinito” aveva bisbigliato la bambina cercando di non farsi sentire dalle sue amiche. L’uomo si era fermato un attimo, come per rifletterci su, e poi si era allontanato lasciando la figlia seduta sulla piattaforma impolverata.

Esserci all’infinito era il grande desiderio di Antonio: la campagna richiedeva la sua presenza, il vigneto andava seguito, gli alberi da frutto innestati, irrorati e irrigati. Nessuno l’avrebbe fatto meglio di lui. Era proprio questo che rendeva inspiegabile il suo gesto.

La giovane Di Pinto ripensò alla telefonata che aveva ricevuto il giorno prima, la telefonata che aveva annullato i suoi programmi resettando le sue priorità.

“Marzia, ciao. Dove sei?”

“Ciao, mammì. Sul quattro. Mmm che fastidio …”

“Ti disturbo?”

“No, no. Mi ha solo punto una zanzara: tutte con me ce l’hanno, ‘ste schifose… devono essere immuni all’Autan, anzi, secondo me gli piace…”

“Devi venire subito qui” l’aveva interrotta la donna.

Affacciate al finestrino in fondo al tram, Monica e Chiara avevano riso come oche giulive e chiamato Marzia in un coretto stonato.

“Con chi sei?”

“Con le mie coinquiline.”

“Che ci fanno ancora a Milano? Non ce l’hanno una famiglia?”

“Monica parte la settimana prossima e Chiara tra un paio di giorni. Ma che hai? Che succede?” aveva domandato la ragazza facendo segno alle amiche di abbassare la voce. Il silenzio della madre l’aveva spinta a proseguire. “Senti, io ho ancora un botto da studiare, lo sai che quando sono giù non combino niente. Scendo il 3. Te l’avevo detto, mi pare.”

“Devi anticipare.”

“Devo?”

 “Usa la mia carta di credito, i codici li hai, basta che prendi il primo volo per Bari. Magari ce ne sta uno domani mattina…”

“Tipo che mi stai facendo venire la paranoia. Stai bene?”

“Certo, certo. Sto benissimo. È tuo padre che…” aveva esitato facendo gelare il sangue nelle vene della figlia.

“Che, cosa, mammì?”

“Papà è scomparso da tre giorni. Avremmo dovuto dirtelo subito, lo so, ma non sapevamo come affrontare l’argomento: non arrabbiarti.”

“Scomparso? Scomparso, come? Vuoi dire che se ne è andato di casa? Avete litigato?” aveva biascicato la ragazza con la bocca improvvisamente asciutta.

“No, figurati. È uscito all’alba per andare a lavorare, come sempre. È stato Soras a chiamarmi dalla campagna; quel ragazzo è così carino… mi ha telefonato dal suo cellulare, quello di tuo padre l’ha poi trovato nel camion, fra la rafia e le cesoie.”

“E papà?”

 “Non ne abbiamo idea. Arrivata l’ora di tornare, lui non c’era. Da nessuna parte era. L’hanno chiamato, aspettato, cercato, ma niente. Si è volatilizzato.”

 “E se l’avessero… rapito?” aveva balbettato la ragazza catturando l’attenzione di Monica e Chiara che le si erano sedute accanto.

“E a che scopo? Tutti i soldi che tuo padre guadagna li investe in piante, macchinari, prodotti, coperture, assicurazioni, e Dio solo sa cos’altro. La campagna è la sua missione, lo sai. Dei soldi non glien’è mai importato un fico secco. Marzia, gioia, per favore, vieni qui. Io e le tue sorelle abbiamo bisogno di saperti vicina a noi e al sicuro.”

L’idea di non esserlo le aveva dato i brividi.

Gemma doveva essere disperata, rimuginò Marzia: sua nipote aveva solo otto anni. Il nonno le sarebbe mancato da morire.

La ragazza aprì il libro e lesse il capitolo dedicato alla difesa dell’agroecosistema vigneto. Il dondolio dell’aereo le annebbiò la vista, e il quadro fitopatologico della vite e dei suoi parassiti si fece psichedelico: la Peronospora le macchiò di pallini gialli le mani, l’Oidio spolverò di bianco i suoi leggings scuri, la Muffa Grigia le stemperò i pensieri scuri e la Flavescenza Dorata le accartocciò il corpo in un torpore macilento.

“Lallaaa! Questa foglia ha il morbillo!”

            “Dillo a papà.”

            “Papà, guarda! Una foglia col morbillo!”

            “Non è morbillo. È Ragno rosso, e noi lo uccideremo.”

            “Oh. E come?”

            “Con l’Esitazox.”

            “E gli farà male?”

            “Speriamo.”

La testa di Marzia cadde in avanti e la ragazza si svegliò. L’immagine di sé che correva nella terra in direzione di Loredana svanì, allontanandola dal padre che stava per dare l’anti crittogamico agli alberi delle pesche: la pompa di rame che aveva sulle spalle lo faceva sembrare un acchiappa fantasmi.

Nella fase discendente del volo, quando la spia delle cinture di sicurezza si fu riaccesa, Marzia si decise: non ci credeva e stop. Doveva esserci una qualche spiegazione talmente ovvia da non essere venuta in mente a nessuno. Antonio Di Pinto non poteva scomparire, non a sessantacinque anni. Suo padre era casa e lavoro. Non aveva hobby. Non aveva né vizi, né nevrosi. Non aveva nemici o debiti. Antonio Era una persona semplice, magari irascibile, ma basica. E allora? Che cosa diavolo gli era successo? Dove era finito?

Ipotesi di quarta di copertina

Bisceglie, 2010. Antonio Di Pinto, un sessantenne tranquillo e un po’ schivo, agricoltore, figlio, fratello, marito, datore di lavoro, padre e nonno… scompare nel nulla. Per scoprire cosa gli sia accaduto è necessario imparare a conoscere il bambino mandato a lavorare a Milano nel ’56: a soli dieci anni. È importante raccontare la città del lavoro, dei sogni infranti, delle opportunità, della fatica e del freddo. È essenziale entrare nella casa e nel negozio dei Riserbato, i proprietari di uno degli Empori di frutta e verdura della città che, pur trattando Antonino e gli altri ragazzini al loro servizio alla stregua di schiavi, ne diventano i punti di riferimento. RamiRadiciFoglie e Albero: le quattro parti di Scomparso a Milano raccontano i dettagli di una scomparsa ben più lenta e inesorabile di quanto possa sembrare inizialmente. È la famiglia a salvare Antonio: la famiglia in cui è nato, quella che il destino gli ha riassegnato e quella che avrebbe voluto avere. Scomparso è ispirato a più storie vere.

Nota biografica

Classe 1974. Giustina Porcelli è nata, vive e lavora a Milano (in provincia di Bari, come scrive nel profilo del suo blog). Dal 1995 a oggi ha scritto oltre cento soggetti e sceneggiature per l’editoria a fumetti (Walt Disney, Giochi Preziosi, Edizioni Panini, Editions Paquet, Edizioni BD, Kstr). Dal 2007 al 2009 ha pubblicato racconti brevi sull’house organ di Marina Rinaldi. La Morellini Editore le ha pubblicato “101 motivi per non smettere di guardare Beautiful” (2007, collana Pink Generation), “Come imparare a dire NO… e vivere meglio” (2009, collana Pink Generation) e “La Prima Donna”, il suo romanzo d’esordio (2010, collana Varianti). La BD Edizioni ha pubblicato la graphic novel “Fuochi Fatui” (2010), versione italiana della francese “Alter Heroes” (KSTR) della quale Giustina ha scritto sia il soggetto che la sceneggiatura. Giustina è stata curatrice e autrice del libro “Beautifulil la storia completa” edito da Giunti nel 2009. La milanese Nel 2011, Il Gioco di Leggere ha pubblicato “Pommidoro & Paraffino”, il primo albo scritto e illustrato da Giustina. Dal 2010 collabora con il magazine “Cosmopolitan” con lo pseudonimo di Oda Mae Green. Dal 2007 a oggi disegna le copertine delle Pink Generation (Morellini Editore). È blogger dal 2007.

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