Uno dei motivi per cui il canone del servizio pubblico televisivo, in scadenza proprio in questi giorni, non meriterebbe di essere pagato è rappresentato dall’offerta dell’informazione televisiva in campagna elettorale che sembra ormai la versione in salsa Rai del “porcellum”, funzionale quindi solo a bloccare qualsiasi possibilità di ricambio della classe politica e dei partiti presenti in Parlamento.

I talk show e le trasmissioni di approfondimento sono divenuti lo strumento attraverso cui, con la scusa dell’audience, si tiene basso il livello della competizione delle idee e delle proposte politiche, selezionate sulla base di una presunta rappresentatività benedetta da sondaggi tecnicamente discutibili e spesso manipolatori, con il risultato di non consentire a quote crescenti di elettorato di riconoscersi in alcuno degli attori della scena politica, sempre gli stessi, che hanno accesso privilegiato alla Tv di Stato.

Se una parte rilevante dell’elettorato, talora maggioritaria come nelle recenti regionali siciliane, decide di non andare a votare, non è detto che sia un effetto sinceramente non voluto perché consente di diminuire i rischi e le fatiche di convincere gli schifiati della politica in una campagna elettorale senza quorum, un vantaggio non da poco per chi può difendere la poltrona con pochi voti.

Ricordo quindi con rimpianto Tribuna politica e quella elettorale quando, in prima serata, il confronto tra le idee e le persone che le incarnavano con le loro storie personali veniva gestito da grigi professionisti dell’informazione politica e parlamentare come il mitico Jader Jacobelli con imparzialità, tempi uguali e confronti cui chi non se la sentiva non si presentava, ma l’assenza era palesata al pubblico, le domande non concordate e la rosa dei giornalisti presenti in studio, forse, addirittura sorteggiata. Meno spettacolo quindi e più discorsi di sostanza.

Se si vuole innalzare davvero il livello qualitativo dell’offerta politica, l’informazione del servizio pubblico -se vuole rimanere tale- deve consentire una par condicio delle idee e delle proposte, altrimenti avrà avuto ragione Berlusconi, con la sua visione aziendalistica della politica, a pretendere che i partiti con la maggiore “quota di mercato” disponessero anche di maggiore spazio televisivo perché il consenso, come insegna il marketing, si costruisce così. Infatti il confronto tra uomini liberi che è l’essenza della vera democrazia, da Atene in poi, è tutta un’altra cosa.