Ditemi di cosa avete paura e vi dirò chi siete. Censurare qualcuno  significa consegnargli un megafono cento volte superiore alle voce che crediamo avergli strozzato; impedirgli di esprimersi è una medaglia che gli appunti al petto.  Certi riconoscimenti andrebbero centellinati. Quando ero bambino questi erano “doni” riservati a gente come Dario Fo, Carmelo Bene, Marco Ferreri ed altri; è  così che i censori ci hanno, involontariamente, indicato cosa pungeva davvero.

Tornando dunque al tema “censura”, come da copione, ogni anno Sanremo ci tratta per quello che siamo. Anche stavolta abbiamo assistito al consueto minuetto di polemiche circa l’eventuale censura verso la presenza di Luciana Littizzetto alla kermesse.  A quanto dicevano, qualcuno pensava che la presenza della comica piemontese avrebbe rappresentato  “un’insidia, una turbativa”  nel rush finale della campagna elettorale.  In realtà credo che il vero modo per danneggiare chi fa satira non sia impedirgli di esibirsi a Sanremo, ma invitarlo.

Ci avevate creduto eh?  Eppure sono anni ormai che, puntualmente, Sanremo sembra creare casi ad arte, che poi però da tragedia minacciata finiscono in farsa annunciata. Ok, adesso lo sappiamo, la Littizzetto sarà al teatro Ariston.  Non abbiamo sprecato una censura. Nel caso poi, che davvero la politica nazionale si fosse preoccupata di tappare la bocca alla Littizzetto, si sarebbe trattato di un tragico outing involontario circa la sua condizione attuale, c’è solo una cosa peggiore di avere una politica inadeguata, ed è non avere, di fatto, una satira che la smascheri.

Non si tratta di fare paragoni sul meglio o peggio (la Littizzetto a me non fa ridere, ma questo non significa che non sia brava, anzi) ma semplicemente di intendersi sul significato della parola satira (e non  confonderla con la parola “comicità”). Un’intesa difficile perché ognuno ha le sue idee/sensibilità. Le parolacce pare siano, spesso, la discriminante. Dire “cazzo, culo, figa, merda” togliersi le scarpe o fare gag sulle puzzette, sulle ascelle, sui limiti fisici, non è necessariamente satira, potrebbe trattarsi “solo” di comicità. Soprattutto non esiste una satira da prime time tv, se colpisci davvero, stai sicuro, vieni fatto sparire o, meglio ancora, relegato a tardi orari o sul satellite.

Noto che da anni ormai, in Italia si tende ad associare alla satira ogni forma di comicità che usi parolacce rivolgendosi alla politica. Non dubito che l’ultimo libro (Mondadori,  per gradire) della Littizzetto, “Madama Sbatterfly”,  rappresenti per molti un insidioso esercizio di satira. Ma (pur con le dovute eccezioni) temo  che buona parte di questa nostra satira “domestica” somigli più  alla gita scolastica del nostro compagno di banco delle elementari (che attendeva di salire sul pullman per mostrare il culo dai finestrini. La vera satira, era mostrarlo in classe).

Certo, essere volgari, eccessivi, oltraggiosi è  un elemento della satira, ma è necessario essere tutto questo con la spietatezza e la “volgarità” tipica dei bambini. Chi non è bambino non può colpire il potere. Il bambino è spietato perché dice sempre la verità, ed è “volgare” nel senso che non ha paura di chiamare “cacca” la “cacca”, e te lo dice sorridendo, e magari te la tira pure addosso. Ecco perché è volgare senza in realtà esserlo, mi spiego? Questa, a mio avviso, è l’irriducibile forza iconoclasta della satira, la violenza della verità mischiata alla candida giovinezza della volgarità. Chiamare le cose col loro nome. Non esiste, fra l’altro, un concetto uniforme di “volgarità”; ci sono sguardi che sono più viscidi e maleodoranti di una toccata di culo, e allo stesso tempo risultare puliti toccando il culo, non è proprio roba da tutti. Ho visto politici (anche donna) più  volgari di Tinto Brass, voi no?

Banalizzando dunque il concetto potremmo dire che forse la satira è l’orrore che ci cambia se lo fissiamo negli occhi, un pettegolezzo su noi stessi, mai meramente su qualcun altro. Una secchiata di merda nella quale la differenza non la fa la quantità  ma la mira con la quale la si scaglia. Una mira che deve includere anche noi.  Esiste il diritto all’informazione e potete magari andare su youtube ad informarvi e farvi voi stessi un’idea di quanto diciamo (la differenza fra mera comicità e satira), valutando le cose di Bill Hicks, Lenny Bruce, Sarah Silverman (per citare i primi che ho in mente).

Nel frattempo, per chi ne avesse voglia, ecco un assaggio/un piccolo viaggio in quella che io chiamo “satira”. Non so se sia roba bella, brutta, buona o cattiva; non ho certezze in tasca. Magari vi offenderanno, magari vi divertiranno, o magari vi disturberanno e divertiranno allo stesso tempo. Nell’ultima ipotesi, chiamatela satira.