In passato aveva lavorato anche per la Procura. Oggi, invece, il consulente Roberto Crocitta, specializzato nell’ascolto delle intercettazioni telefoniche e ambientali, si è messo a disposizione della ‘ndrangheta. Con l’accusa di favoreggiamento alle cosche, il professionista di Palmi (provincia di Reggio Calabria) è finito in manette per aver modificato alcune intercettazioni dei boss Pesce, Bellocco e Gallico. In sostanza, il consulente avrebbe trascritto alcune conversazioni ambientali, finite nei processi “Crimine”, “All inside” e “Cosa mia”, omettendo alcune parole fondamentali all’impianto accusatorio della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.

Ecco, quindi, che il nome “Totò Dinaro” (uno dei mafiosi favoriti da Crocitta), trascritto dalla polizia, diventa “Totò di Palmi” nella trascrizione del consulente al quale stranamente diventano “incomprensibili” alcuni passaggi chiave delle intercettazioni. Grazie alla sua esperienza, infatti, Crocitta modificava alcune parole delle conversazioni registrate dalla polizia giudiziaria che potevano non essere particolarmente chiare e, pertanto, potevano offrire lo spazio a trascrizioni aventi un contenuto diverso rispetto a quelle eseguite dagli inquirenti.

Per i magistrati quello del consulente era un modus operandi particolarmente raffinato. Un sistema che Crocitta ha difeso anche durante l’interrogatorio a cui è stato sottoposto nelle scorse settimane quando il professionista si è giustificato sostenendo di aver trascritto “quello che ha sentito”. Il procuratore Ottavio Sferlazza parla di “consulenze ideologicamente false” e, nel corso della conferenza stampa tenuta in questura, spiega che “Crocitta è quello che noi chiamiamo area grigia della ‘ndrangheta. Secondo noi è un professionista che si è prestato alla ‘ndrangheta per favorire i tre soggetti che hanno rischiato di essere scarcerati. Crocitta aveva la piena consapevolezza di aiutare le cosche e veniva pagato profumatamente per trascrivere intercettazioni di due o tre pagine”.

Il procuratore aggiunto Michele Prestipino ricorda la frase pronunciata diversi mesi fa da don Pino De Masi, il prete di Libera impegnato contro le cosche della piana di Gioia Tauro, il quale aveva affermato che “c’è un esercito di professionisti che ha abdicato al proprio ruolo e si è messo a disposizione della ndrangheta”. “Quest’indagine – aggiunge Prestipino – dà la specificità della forza della ‘ndrangheta che ha vari livelli di penetrazione. Le cosche temono i processi e le condanne che negli ultimi anni sono state inflitte. Uno degli strumenti per intervenire nei processi sono le intercettazioni. Mi auguro che questa esperienza possa servire a qualcuno come momento di riflessione. Chi tradisce i doveri del proprio ruolo non fa un bel servizio alla giustizia”.

Secondo il gip Pedone, infine, “Crocitta aveva uno specifico interesse, essendo per lui importante che all’interno della ‘ndrangheta del cosiddetto mandamento tirrenico si diffondesse la voce della sua “disponibilità” a redigere consulenze false”. Agiva con il preciso fine di agevolare non solo il singolo, ma anche la ‘ndrangheta intesa come organizzazione unitaria o, almeno, l’articolazione della stessa operante nel territorio”.