E’ sicuramente una delle “parole” del 2012. L’infelice uscita di Elsa Fornero al convegno di Assolombarda lo scorso ottobre, durante il quale il ministro uscente invitava i giovani ad essere meno “schizzinosi” nella scelta del proprio lavoro, ha trasformato un anonimo termine inglese – choosy – in un tormentone. Ma è così vero, poi, che chi si affaccia al mondo del lavoro non è disposto a scendere a compromessi? A giudicare dalla ricerca condotta da Datatagiovani sui neoassunti nel 2012 sembrerebbe proprio di no.

Il gruppo di studio ha esaminato le caratteristiche prevalenti dei giovani al primo impiego (e per cui il lavoro attuale sia stato iniziato da non più di 12 mesi) nel 1° semestre 2012, elaborando i microdati Istat della Rilevazione continua sulle forze di lavoro e confrontandoli con l’ultimo periodo pre-crisi (1° semestre 2007). I dati sono stati riassunti in 12 tweet, che sintetizzano un quadro tutt’altro che incoraggiante.

I giovani al primo impiego sono nettamente diminuiti rispetto a cinque anni fa: nel 1° semestre 2012 sono stati 355 mila, 80 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2007, una flessione quasi del 20%. La situazione è più critica al Sud, deve il calo percentuale delle assunzioni (-24%) è stato nettamente più sensibile rispetto a quanto avvenuto al Nord (-12%).

Un altro dato rilevante è quello riguardante all’istruzione. Il livello si è alzato e la richiesta di profili qualificati ha penalizzato i giovani fermi alla scuola dell’obbligo: nel 2007, quasi 3 giovani al primo impiego su 10 si erano fermati al massimo alla scuola media inferiore, ed il 53% al diploma o alla qualifica professionale. Nel 2012 la quota dei giovani con titolo di studio di basso livello è scesa dal 28% al 19%, e contemporaneamente sono saliti i diplomati (dal 53% al 59%) e i laureati (dal 19% al 22%).

Peggiorata anche la “qualità” contrattuale, in termini di stabilità lavorativa: nel 2012 i precari sono ben 222 mila, 7 mila in più del 2007. Rappresentano il 62% dei neoassunti complessivi, mentre nel 2007 erano sotto il 50%. I motivi di questa impennata sono da attribuire al forte aumento dell’incidenza dei contratti da dipendente a tempo determinato e della corrispondente riduzione del tempo indeterminato. Se nel 2007 il 33% dei neoassunti aveva un contratto indeterminato, nel 2012 si è scesi al 26% (92mila giovani) mentre i contratti a termine sono passati dal 46% al 55% (196mila neoassunti).

I contratti a termine non servono più per “formare” i neoassunti, quanto piuttosto ad abbassare i costi: se nel 1° semestre 2007 quasi 6 “primi contratti” su 10 erano per formare il lavoratore (43%) o verificarne le capacità (14%), nel 2012 la formazione si è ridotta al 26% (con una diminuzione in termini assoluti di 37mila giovani), mentre l’incidenza dei contratti a scadenza è più che raddoppiata (32%, +32mila contratti). I contratti di apprendistato sono diminuiti di 11mila unità (dal 27% al 22%). Nel frattempo sono aumentati contratti individuali a termine.

Anche la durata media dei contratti a termine si è progressivamente ridotta: escludendo gli apprendisti, è scesa nel 2012 a circa 10 mesi e mezzo (4 in meno del 2007): oggi meno di un neoassunto a termine su quattro ha un contratto oltre 12 mesi. Dei 355mila giovani che hanno trovato il primo impiego nella prima metà dell’anno, quasi 6 su 10 sono stati assorbiti da attività dei servizi, in particolar modo nelle professioni commerciali (112mila giovani), le uniche che mantengono inalterata la capacità di creare occupazione ma con l’altra faccia della medaglia più negativa: si tratta infatti dell’area che più di altre utilizza contratti a termine ed in cui è più significativa la stagionalità del lavoro. Malissimo, invece, i settori dell’industria e delle costruzioni. Il calo di artigiani e operai al primo impiego è stato dal 43% rispetto al 2007.

Una conferma del fatto che i giovani siano diventati più “schizzinosi”? Tutt’altro. Perché è cresciuto il fenomeno dell’overeducation, che spinge chi ha un titolo di studio elevato ad “accontentarsi” di mansioni che, normalmente, potrebbero essere ricoperte da che non lo possiede. Nel primo semestre del 2012, quasi un laureato su tre neoassunto rientrava in questa categoria, contro il 27% del 2007. Il fenomeno è certamente di vecchia data e determinato dal fatto che molti giovani scelgono percorsi di laurea poco spendibili sul mercato del lavoro, ma la forte crescita registrata nel periodo di crisi testimonia il fatto che anche i laureati, non solo al primo impiego, si adattano a lavori meno qualificati rispetto a quello che hanno studiato.

I giovani dimostrano di sapersi adattare a condizioni di lavoro disagiate e asociali. La metà dei neoassunti lavora anche al sabato e quasi uno su quattro la domenica. In crescita il numero di ragazzi impegnati la sera (22%) o la notte (11%). Il tutto per poco meno di 850 euro netti al mese: tale infatti è la media delle retribuzioni dei giovani al primo impiego: il 3% in meno rispetto al 2007.