“Ma quest’anno non lo fai, l’albero di natale del cinema italiano?” Sì,  l’ho fatto qualche giorno fa.
E’ un albero bianco, con al posto delle palline fiocchi di lana colorata, pezzi di riviste patinate buttati lì in ordine sparso e per puntale un babbo natale che arriva dalla Palestina. Ai piedi dell’albero, quest’anno ci sono tanti pacchi e buste regalo, tutti colorati. A guardarlo da lontano, è  molto bello, forse è ancora più bello di quello dell’anno scorso. 

Poi ci si avvicina e si scopre che i pacchi e le buste sono tutti vuoti. Ma il colpo d’occhio, parlando di cinema è quello che conta, continua ad essere molto bello. E poi, ognuno con l’immaginazione può riempire di ciò che vuole i pacchi e le buste.

Per cui improvvisamente per qualcuno può anche andare tutto bene, il cinema in Italia è florido, le sale sono accoglienti e offrono di tutto al pubblico, che continua a affollarle in ogni periodo dell’anno, tanto da portare il cinema italiano ad essere ogni anno più forte commercialmente, consentendo quindi a tutto l’indotto di vivere serenamente e a chi vuole di potersi dedicare a film più difficili, perché il cinema non è solo industria ma anche cultura e questo paese mette la cultura ai primi posti dei suoi interessi. E l’ennesima bocciatura agli Oscar è perché gli americani non capiscono niente.

Come tutti quelli che fanno cinema, anch’io ho diritto al mio regalo, al mio pacco vuoto da riempire con l’immaginazione, per trascorrere un felice natale. O quanto meno sereno.

Nel mio pacco io ci metto i miei dubbi, i miei errori, le mie scorrettezze, ma anche i miei sogni, la mia rabbia, la mia voglia di non arrendersi. Ci metto tanti film da fare, sperando di trovare loro un senso, in un panorama che io, a differenza delle istituzioni cinematografiche,  non riesco a non leggere desolante. Ma in questa desolazione assoluta, c’è una strana luce all’orizzonte, sarà forse quella dei fili di luminarie che i miei figli hanno voluto appoggiare sull’albero di natale del cinema italiano,  che mi impone di andare avanti.

Ai margini del mio albero di natale, oltre il mio pacco, raccolgo anche una busta, anch’essa vuota. E allora dentro ci metto il ricordo di Emidio Greco, che ieri è morto. Uomo gentile, gran parlatore, conoscitore di idee e libri, politico scorbutico del sistema cinema, regista sofisticato e non per tutti. Eravamo amici, con la scomodità di essere amici di età lontane tra loro. Ho amato alcuni suoi film, ne ho detestati un paio, senza nasconderglielo mai. Forse eravamo amici anche per questo, perché lui accettava una contestazione con la tolleranza che qualche volta hanno i padri verso i figli, io accettavo la sua tolleranza con il rispetto che mi sembrava di dovergli.

Trascorrevamo insieme da anni qualche giorno d’estate sull’altipiano di Asiago, con la scusa di essere giurati a vita di un festival dedicato alle opere prime. In realtà parlavamo per ore, spesso in disaccordo,  di quello che sarebbe dovuto essere il nostro cinema e del suo rapporto con la politica, con lo Stato, con la gente.  Un giorno andammo a fare una gita in una baita di montagna, insieme ad altri ospiti di quel festival. Io me la feci a piedi, pantaloni corti e scarponi da montagna, abbigliamento di cui Emidio rideva. Dopo due ore di cammino lo trovai seduto al tavolino della baita a leggere il suo solito quotidiano, come sempre elegantemente vestito, con i suoi soliti mocassini ai piedi.

“Ma come hai fatto ad arrivare fin qui con quelle scarpe?” “Con la macchina. Non vedo in che altro modo sarei potuto arrivare”. Detto con il suo sorriso beffardo e con la sua aria un po’ snob, che da oggi inseguirò nel ricordo.

E in fondo, anche questo ricordo mi aiuterà ad andare avanti, con il mio pacco di natale, vuoto,  sotto il braccio. Verso quella strana luce all’orizzonte.