Mentre stavo scrivendo Mondo Cattivo mi capitò di leggere un articolo che parlava di Jacques Derrida, il filosofo franco-algerino.

In quell’articolo celebrativo (si ricordava la morte avvenuta qualche giorno prima), veniva espresso un suo concetto che mi piacque, anche se purtroppo ora non so andare oltre l’assunto in estrema sintesi, senza ricordarne gli eventuali approfondimenti: una cosa del tipo “non si può vivere, solo sopravvivere”.

Era perfetto per il tema che avevo scelto di rappresentare, oppresso com’ero da una sfiducia del genere di quelle che ogni tanto, come a un incostante o a un sensibile può capitare, decidono di farsi padrone del mio stato d’animo. Tutto il testo prendeva dunque spunto da una contingenza personale per allargarsi a qualcosa di universale e condivisibile dai più (difficile non ritenere che alla maggior parte della gente capiti in alcune occasioni di ritrovarsi sperduta contro e dentro un mondo cattivo).

Sul finale l’immagine che mi si venne lentamente delineando (e che costituisce dunque il nerbo degli ultimi versi) fu quella “antagonista” della categoria dei superficiali, coloro che, a differenza di chi patisce a diversi livelli i cambi d’umore e ci riflette su lasciandosene influenzare, paiono non subire i contraccolpi di qualcosa che in fondo nemmeno avvertono. (Peraltro: non è che un’indole riflessiva e problematica lo sia solo in concomitanza dei cambi d’umore… Si può esserlo anche nei momenti di serenità)

E se davvero le cose stessero in questo modo, non sarebbe peregrino ritrovarsi a nutrire dell’invidia per una condizione in fondo privilegiata: l’ottusità, la semplicità, la superficialità, come antidoto alle problematiche esistenziali e alle congetture-riflessioni-elucubrazioni conseguenti (queste tre non-qualità di norma le si associa, in rilievo massimo e in modo caratteristico, ai paradigmatici “figli di papà”, viziati e tonti ma ricchi e benestanti. Anche se, beninteso, non è che tutti i figli di papà siano viziati e tonti…)

Alla superficialità (occhio al mio volo pindarico ora) si può appioppare la visione, una fra le possibili, del surfeggiare (che al giorno d’oggi è anche una variante del “navigare” di fascinazione virtuale, ma che, fuori di metafora, è la pratica del vero e proprio scollinare vorticosamente i concreti cavalloni del mare), la quale, nella sua dinamicità e nello scioglimento dei lunghi capelli biondi al vento sulle onde (penso ai surfisti della California), ha ben espressa la vitalità di chi vive la vita. E per derivazione si pensi a tutti gli sportivi tenaci e un po’ morbosi… (Altra precisazione: non tutti gli sportivi tenaci e un po’ morbosi sono come quei figli di papà…)

E giusto la scorsa settimana ho letto (ritorno a terra dal volo) una affermazione di Eugenio Montale che mi ha folgorato. Eccola: “Penso che l’arte sia la forma di vita di chi veramente non vive. Ciò peraltro non giustifica nessuna turris eburnea: un poeta non deve rinunciare alla vita”. (Trattasi di uno stralcio da una prosa contenuta ne “Il secondo mestiere”)

Ha un senso immaginare quindi che, forse, sotto sotto, anche Lui poteva arrivare a contemplare qualche forma di invidia per la superficialità di chi non si lascia disturbare dai disagi esistenziali, non ci riflette su, surfeggia (stavolta lo uso in senso anche metaforico) e… vive la vita.

E forse anche Lui, consapevole di questo, era oltremodo consapevole di come in verità non gli sarebbe mai potuto accadere. Anzi: non forse, sicuramente.

Buon Natale

Ps: ma tu pensa il caso… Sto iniziando a leggiucchiare, negli spazi liberi del tempo libero, i micro saggi sul genio letterario raccontati dal quell’enorme talento della critica che è Harold Bloom. Trattasi di un libro voluminoso (“Il genio” – Collana Bur della Rizzoli) che raccoglie interventi sulle figure da lui ritenute geniali (su tutti Shakespeare seguito al fotofinish da Dante), ed è di gran fascino (a volte semplicemente illuminante). Stavo giusto leggendo ieri quello su Cechov. Ed ecco una delle definizioni che di lui ci fornisce: “Cechov, il poeta della vita non vissuta, è praticamente in collera contro lo spreco dell’esistenza”. Questa casca a fagiolo con quanto detto sopra, e per questo motivo la rimarco qua, ma altre ve ne sono di bellissime, fra una constatazione argutissima e l’altra, tutte volte a far notare la sua bontà, gentilezza e affettuosità: qualità che, coloro che lo conobbero (Tolstoj in primis), rilevarono con ammirazione. La gentilezza, per quel che mi riguarda è, in effetti… carismatica.

Mondo cattivo

“Non voglio vivere, ma sopravvivere
è la mia intensità, son consapevole
e so convincermi che è proprio meglio così.

Ma a volte gira in me un dubbio labile:
quale gusto c’è? Ma quale gusto c’è?
E so persuadermi che ha senso chiedersi cose così”