Misure di sicurezza inadeguate, carenze nel coordinamento tra dipartimenti incaricati, ma nessuna responsabilità personale di singoli funzionari tali da far avviare indagini disciplinari. La commissione indipendente d’inchiesta sugli attacchi al consolato statunitense di Bengasi dello scorso 11 settembre ha presentato le sue conclusioni. Gli errori che portarono alla morte dell’ambasciatore Christopher Stevens e di altri tre funzionari Usa furono sistemici, spiega il rapporto che concentra principalmente l’attenzione sulle lacune generali della sicurezza nella rappresentanza diplomatica.

L’indagine ha evidenziato come il Dipartimento di Stato ignorò le richieste dell’ambasciata a Tripoli di inviare più guardie a protezione della rappresentanza diplomatica, affidata soprattutto ad agenti locali non adeguatamente preparati. Il documento, ricorda il Washington Post, sottolinea come tutti quanti fossero al corrente dei rischi potenziali della ricorrenza dell’11 settembre, proprio nella settimana in cui l’ambasciatore programmò il suo viaggio nella città della Cirenaica, tanto che Stevens, scrive il quotidiano, fu costretto a rimanere sul luogo.

L’indagine critica inoltre il personale della sicurezza locale per avere abbandonato il proprio posto lasciando campo libero agli attacchi, sottolinea inoltre l’assenza nella notte del governo libico, segno della scarsa influenza che esercita sulla città da cui partì la rivolta contro il colonnello Gheddafi.

Lo stesso Stevens aveva segnalato già ad agosto le carenze sul piano della sicurezza in città, ma il suo viaggio, scrivono gli estensori del rapporto, fa intendere che un attacco in quello stile con granate e mortai non era stato preventivato. Inoltre il documento non manca di rimarcare l’inesperienza dei funzionari. A causa del rapido ricambio, il personale della missione, pur preparato e talentuoso ha normalmente incarichi che durano 40 giorni o meno, riducendo quindi la continuità necessaria per avere un’adeguata conoscenza del luogo.

Dal canto loro i servizi d’informazione tralasciarono le analisi sul deteriorarsi delle condizioni generali di sicurezza nel Paese, per concentrarsi principalmente su specifici rischi di attacchi, di cui non avevano sentore nel caso di Bengasi, città dove per altro nei mesi precedenti ci furono segnali di problemi con gli attacchi a un convoglio britannico e un numero sempre più alto di omicidi.

Terzo punto, il rapporto critica il dipartimento per la Sicurezza diplomatica e quello incaricato degli affari per il Medio Oriente per non aver saputo coordinarsi a sufficienza.

Pur concentrandosi sul caso Bengasi, spiega il New York Times, il rapporto apre comunque una finestra sulle condizioni in cui diplomatici e funzionari dei servizi Usa si trovano a lavorare in aree considerate a rischio. Il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha accolto le 29 raccomandazioni contenute nel rapporto, cinque delle quali confidenziali. Secondo fonti citate dal quotidiano newyorkese, è pronta a chiedere al Congresso di trasferire 1,3 miliardi di dollari stanziati per l’Iraq per migliorare la sicurezza delle rappresentanze. Almeno 553 milioni per l’invio di marine per operazioni di guardia in diverse parti del mondo, 13 milioni per la sicurezza del personale diplomatico e altri 691 milioni per migliorare le misure di sicurezza delle rappresentanze.

L’operazione è già iniziata comunque. Nelle ultime settimane squadre di specialisti della sicurezza sono state inviate in 19 rappresentanze considerate ad alto rischio. Il Dipartimento di Stato ha inoltre nominato un alto funzionario incaricato di assicurarsi che ambasciate e consolati in luoghi pericolosi ricevano adeguata attenzione e assistenza.

L’attacco di Bengasi era diventato uno dei temi principali della campagna elettorale per le presidenziali dello scorso novembre. I repubblicani avevano pressato l’amministrazione Obama affinché spiegasse le cause. Dal rapporto è emerso che l’attacco non fu anticipato da alcuna protesta contro il film satirico che irrideva Maometto alla cui uscita su Youtube seguirono proteste tra le frange più estremiste in diversi Paesi del mondo islamico. Delle manifestazioni parlò a più riprese l’ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite, Susan Rice, che nei giorni scorsi, proprio per le critiche ricevute per le sue affermazioni, ha scelto di farsi da parte per la nomina a Segretario di Stato al posto della signora Clinton.

di Andrea Pira