In prima approssimazione le due espressioni ‘etica’ e ‘cura’ vanno in due direzioni, se non contrapposte, indubbiamente molto diverse.

Da un lato, ‘etica’ – data la parentela con l’espressione greca ethos, ossia costume, consuetudine – indica un forte legame di appartenenza, un qualcosa che abbiamo in comune; dall’altro, un’attitudine specifica dell’essere umano, quella stessa capacità di ‘conoscere per agire’ che ci qualifica come tali. In questa seconda sfumatura di significato ‘etica’ e ‘tecnica’ sono strettamente correlate.

La ‘cura’ pone un problema completamente diverso le cui origini possono essere localizzate in quello straordinario passaggio del secondo Faust, la ‘Bibbia’ laica per eccellenza, nel quale Goethe introduce come una delle quattro donne “grigie” – insieme alla Mancanza, l’Insolvenza e la Distretta – anche la Cura. Mentre le prime tre non osano entrare nel palazzo reale di Faust, la quarta, appunto la Cura, vi penetra per sfidare direttamente Faust.

ll dibattito sempre più drammatico che si svolge tra le due figure rappresenta, a livello simbolico, il conflitto interiore che si svolge dentro Faust stesso che, non casualmente, ricusa ogni possibilità di confronto con la Cura. Quest’ultima obietta che tale ricusazione obbedisce a una logica puramente difensiva, a una volontà di esorcizzare in maniera definitiva una linea di tendenza che, invece, è già ‘dentro’ Faust come dentro ogni uomo: la rinuncia, la cedevolezza progressiva rispetto a quel senso di appartenenza che l’etica richiama.

In maniera suadente e allusiva, dentro la Cura si cela – come nota il sociologo francese Pierre Bourdieu – la ‘procura’, ossia proprio nella sua accezione giuridica, quel ‘negozio’ col quale una persona conferisce a un’altra il potere di rappresentarla, dunque, un potere di rappresentazione che fuoriesce da sé per essere concesso ad altri.

Una ‘fuoriuscita’ che è chiaramente trasparente nelle nuove tecnologie e, in genere, nella ‘tecnologia’ che spesso viene confusa concettualmente con la ‘tecnica’, come suggerisce con forza e chiarezza uno dei nostri maggiori esperti di etica e di etica della comunicazione, Adriano Fabris, nel suo recentissimo Etica delle nuove tecnologie (ETS, Pisa 2012).

Se la tecnica esalta l’etica, ossia la possibilità di costruire l’azione, qualsiasi azione secondo modalità razionali, la tecnologia scandisce il dominio della cura-procura, ossia la progressiva espropriazione del soggetto, la perdita dell’autocontrollo, finendo col cedere alla società del “controllo”, ossia a quella società, come quella contemporanea, dove gradualmente abdichiamo alla nostra autonomia, al nostro potere decisionale per cederlo inconsciamente alle nuove “tecnologie”.

Ricordo alcuni anni fa di aver letto un romanzo veramente “profetico” e che avrebbe meritato sicuramente un successo maggiore, Delfi, il cui protagonista alla fine denuncia la sua condizione d’impotenza che sta tra la vita e la morte. Non può essere considerata “vita”, perché l’esistenza vitale per eccellenza, cioè la capacità di progetto, si è consumata, estenuandosi in un processo d’avvitamento senza ritorno; non può essere considerata neppure a rigore “morte” perché comunque le condizioni minimali della sopravvivenza sono garantite.

Questo stato estremo, questa sospensione tra la vita e la morte è quella che il dominio della cura-procura finisce col presumere alla fine di un processo in cui l’adattamento, l’adattarsi alla logica funzionale degli strumenti delle nuove tecnologie è diventato totale, incondizionato.

Come suggella molto bene nella conclusione di Delfi, il protagonista Egon Hereafter: “Il sogno progressivamente svanì, ed Egon benché cosciente, si ritrovò nel nulla. Non riusciva a trovare altre parole per quello che provava. Sentiva di non esistere più, ma di non essere ancora morto”.