Il risultato è dei migliori: bastavano 9 mila firme per ottenere il referendum sui finanziamenti del Comune di Bologna alle scuole private (tutte cattoliche) e ne sono state raccolte il 50% in più, ben 13.500.

Una cifra che ha un peso politico, eccome, tanto che le reazioni dalle parti del Pd e dell’amministrazione comunale non si fanno attendere. Ad aprire le danze, Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del partito che, con garbo e fermezza, rimprovera ai vertici bolognesi una sordità nei confronti di chi difende la scuola pubblica e che dalla scuola di tutti è escluso per carenza di posti e di investimenti del Comune stesso.

Il suo rimprovero cade però inascoltato e a distanza di qualche giorno, l’edizione locale de La Repubblica pubblica una serie di virgolettati di Virginio Merola, in cui il primo cittadino rifiuta la richiesta dei referendari (accorpamento del referendum con le prossime elezioni politiche, per favorire la partecipazione della cittadinanza e diminuire i costi a carico delle Istituzioni) e sembra affermare, con la scusa delle incertezze di bilancio, che della consultazione si riparlerà a marzo/aprile 2013.

Così al Comitato Articolo 33, che promuove il referendum, non resta neanche il tempo di festeggiare il risultato della raccolta firme, che subito si rimbocca le maniche e si rimette al lavoro per evitare che, dietro alla dilatazione inopportuna dei tempi, si nascondano invece dei tentativi di non tenere la consultazione popolare.

Giustamente allarmati, hanno scritto una lettera al sindaco e, idealmente, a tutti i 13.500 firmatari del quesito referendario. Data l’importanza della questione, la copio e incollo interamente. Invito i lettori e le lettrici a diffondere il più possibile questo testo. Eccolo.

 

Lettera aperta al Sindaco e ai cittadini di Bologna e ai 13.500 bolognesi firmatari del referendum

E per conoscenza al presidente del Consiglio Comunale, ai consiglieri comunali, ai media

 

Bologna, 11 dicembre 2012 

 

UN DUBBIO ATROCE: CI STANNO FORSE DICENDO CHE QUESTO REFERENDUM NON S’HA DA FARE

 

Ci rivolgiamo a Lei signor Sindaco attraverso una semplice lettera perché rifiuta, se non abbiamo capito male, di incontrarci personalmente fino a che non sia definito il bilancio del Comune, vale a dire, presumibilmente, non prima di febbraio/marzo 2013, ovvero almeno 3 mesi dopo la consegna delle firme referendarie.

Le confessiamo che ci rattrista assai apprendere dai virgolettati della stampa notizie e intendimenti che riguardano il referendum in questione e i 13.500 cittadini che lo hanno sottoscritto. Le ricordiamo che il Comitato Promotore Nuovo Comitato Articolo 33 è divenuto, all’atto dell’approvazione del quesito referendario da parte dei Garanti, soggetto istituzionale a tutti gli effetti e interlocutore unico per ciò che attiene l’espletamento dei passaggi necessari per giungere al voto.

Non ci rimane allora che rispondere passo passo alle sue “virgolette”, come si usa fare nei messaggi elettronici ai quali, malauguratamente, ci costringe.

“C’è uno statuto che impedisce l’election day”, certo il testo può essere modificato e “sarà il consiglio comunale a valutare se sarà opportuno farlo”; “Per me è inopportuno cambiare lo statuto”.

Gli autorevoli giuristi che ci accompagnano da tempo in questo percorso, affermano che il divieto di svolgimento del referendum consultivo previsto dell’art. 7 dello statuto comunale, per essere legittimo, deve essere interpretato in conformità con il decreto legislativo n. 267 del 2000 (art. 8, co. 4), in base al quale i referendum comunali “non possono aver luogo in coincidenza con operazioni elettorali provinciali, comunali e circoscrizionali”. Di conseguenza, non c’è nessun limite di legge a far svolgere il referendum consultivo insieme alle elezioni politiche nazionali.

L’Amministrazione comunale di Bologna è interessata o no alla partecipazione dei suoi cittadini? E’ interessata o no a facilitare tale partecipazione? E’ interessata o no a cogliere l’occasione per far risparmiare allo Stato, di cui il Comune è parte integrante, 500.000 euro come sostiene il consigliere comunale Lo Giudice? E’ interessata o no a far sì che il maggior numero di cittadini possa esprimersi attraverso la consultazione referendaria senza per questo essere costretti a recarsi alle urne un giorno sì e uno no?

Ragionevolezza e buongoverno ci farebbero pensare a 4 sì tondi tondi.

“Quando approveremo il bilancio vedremo”, a quel punto Palazzo D’Accursio capirà su quanti soldi potrà contare e solo allora il Sindaco è disposto ad incontrare il comitato referendario.

Gentile Signor Sindaco, siamo quasi certi che questa affermazione non sia pienamente Sua o forse è stato male interpretato. A questo proposito infatti le chiediamo: potrebbe affermare parimenti la volontà di attendere gli esiti del bilancio per decidere se allestire o meno le strutture necessarie alle elezioni politiche nazionali anticipate? Ora tutti sappiamo che l’atto di indizione del referendum – ai sensi dell’art. 7 dello Statuto e dell’art. 15 del Regolamento sui diritti di partecipazione e di informazione dei cittadini – è un “atto dovuto”, non discrezionale, da emanare subito dopo la verifica di regolarità delle firme referendarie. In sostanza la Sua è una considerazione che va senz’altro rovesciata: è il bilancio che deve da subito e comunque, prevedere le risorse necessarie per affrontare eventi straordinari e imprevedibili e, in ogni caso, per consentire l’esercizio di un diritto costituzionale di partecipazione politica, quale è senz’altro il referendum.

Rimane un dubbio, un dubbio atroce: non è che le obiezioni che ci ha fatto pervenire a mezzo stampa nascondano manovre dilatorie tese a trovare un modo, a questo punto pur che sia, per cancellare una consultazione cittadina che potrebbe mettere in discussione scelte di governo ritenute indisponibili?

Siamo certi che non sia così, vogliamo sperare che non sia così.

Il Comitato promotore pertanto chiede al Sindaco di attenersi al suo dovere istituzionale di compiere l’atto di indizione appena espletate le verifiche sulle firme e, quindi, di fissare la data della consultazione popolare in coincidenza con quella delle elezioni politiche anticipate appena sarà emanato dal Capo dello Stato il relativo decreto di indizione.