A nessuno dirà qualcosa il nome Manuel Belviso, bimbo di cinque anni. In effetti non è famoso, anzi, non era famoso. Ha avuto il suo attimo di notorietà solo quando è morto, domenica 25 novembre. L’ennesimo bimbo morto quest’anno per incidenti di caccia in Italia, da quando essa si è aperta il 1° settembre. Quattro i bimbi morti, tre i feriti. Questo il tragico bollettino.

In totale, 22 morti e 75 feriti dall’inizio della stagione venatoria, di cui 6 morti e 16 feriti tra la gente comune. Non è ancora terminata la stagione e già i numeri sono indicativi di un aumento sensibile e preoccupante. Nell’intera scorsa stagione, i morti tra i cacciatori sono stati 10 (i feriti 62), tra la gente comune 1 (i feriti 13). La caccia fa vittime innocenti, sia che siano uccelli, ungulati od umani.

Una ragione in più per essere contrari a questa stupida ed antistorica pratica.

Ma ancora una volta scusatemi, sarà una mia fissazione, ma voglio sottolineare l’assoluta carenza di informazione da parte della stampa su questo argomento. Io non compro i giornali, non guardo la televisione, ma almeno sui media on-line di questa vera e propria strage non si parla. E la strage diventa così “silenziosa”. Fateci caso, fa più notizia un cane che azzanna un bambino piuttosto che un padre che lo ammazza, pur involontariamente.

Perché non si parla della caccia? Addirittura neanche quando ci sono delle vittime. Si ritiene che non sia un argomento che prende, che buca?

Anche quando siamo stati scippati del referendum venatorio qui in Piemonte, con una azione che più antidemocratica non poteva esserci, quanti ne hanno parlato? E, soprattutto, quanti hanno collegato questo fatto con la sensibile, palpabile, seppure strisciante, erosione di democrazia che è in corso nel nostro paese?