La settimana scorsa l’Intelligence Unit dell’Economist ha presentato i risultati di un programma di ricerca, The Learning Curve, che confronta la performance del sistema educativo di un campione di 40 paesi. Il report contiene classifiche basate su indicatori che misurano l’efficacia del sistema universitario e le competenze acquisite dagli studenti delle scuole secondarie.

Il paese con i risultati migliori è la Finlandia, in cui il 12,3% della spesa pubblica è destinato all’istruzione (scolastica e universitaria). Premesso che ogni confronto tra paesi dovrebbe tener conto di altre variabili che influenzano il contesto sociale, politico e istituzionale (richiede insomma una analisi econometrica rigorosa), è comunque interessante dare uno sguardo ai valori registrati dal report per l’Italia.

Il nostro paese è 24° in classifica, con un valore dell’indicatore complessivo di performance notevolmente più basso di quello finlandese. All’istruzione è dedicato il 9% della spesa pubblica. La spesa pubblica per studente di scuola superiore è pari al 26,5% del Pil pro capite (in Finlandia è il 36%), mentre la spesa per studente universitario è pari al 25,5% (contro il 39% finlandese). In Finlandia, il salario degli insegnanti è di poco inferiore a quello medio lordo di tutti i lavoratori (87%), a fronte di un massimo di 4 ore di lezione al giorno. Per insegnare nelle scuole superiori è richiesto un livello di istruzione post-universitario (bisogna avere almeno un master) e, nella percezione comune, lo status dei docenti è piuttosto elevato.

In Italia, il salario degli insegnanti è in media superiore a quello dei lavoratori dipendenti (131%), ma si registra una crescente incidenza delle posizioni precarie, che costringono a vivere in situazioni di pesante incertezza. Inoltre gli insegnanti non godono dello stesso prestigio sociale dei colleghi finlandesi, in un paese dove per decenni i modelli sociali più influenti hanno convinto molti giovani che studiare fosse fondamentalmente una perdita di tempo. Non a caso, la quota dei giovani tra i 25 e i 34 anni che possiedono una laurea è del 21,5%, contro una media Ocse del 38% e il 39% della Finlandia (i dati Ocse si possono consultare qui).

La principale giustificazione dei continui tagli all’istruzione (e ad altri servizi forniti dal settore pubblico) è la necessità di ridurre la spesa, per migliorare il deficit di bilancio e rispettare i parametri previsti dagli accordi europei. Per il Trattato di Maastricht, il rapporto tra il disavanzo complessivo e il Pil non può superare il 3%. Il Fiscal Compact ci obbliga ad avere un deficit strutturale (cioè “corretto” per il ciclo economico) non superiore allo 0,5% del Pil. Inoltre di fatto ci impone di conseguire degli avanzi primari (la differenza tra entrate e uscite nel bilancio dello stato, al netto della spesa per interessi sui titoli del debito pubblico) sempre più consistenti, dato l’obbligo di ridurre il rapporto tra debito e Pil al 60% entro i prossimi venti anni (secondo le stime più recenti, oggi è al 126%). Senza contare che, in uno slancio di masochismo, il nostro Parlamento ha approvato con una maggioranza bulgara (formata da Pd e Pdl) la riforma che introduce l’obbligo del pareggio di bilancio nella Costituzione.

In un tale contesto normativo, sembra inevitabile che i governi si affannino a tagliare le spese più facilmente aggredibili, dove l’aggredibilità dipende soprattutto dalla capacità di “difendersi” delle categorie sociali e dei gruppi di potere che di tali spese maggiormente beneficiano. In pratica, le priorità nei tagli sembrano finora essere state dettate più dai rapporti di forza tra i vari attori sociali che da ragioni di efficienza economica.

Gli studi empirici hanno dimostrato che le variazioni nei livelli di istruzione spiegano una parte significativa delle variazioni di reddito tra i diversi paesi, tenuto conto degli altri fenomeni che possono influenzare il reddito e del nesso di causalità inversa che pure sussiste tra le due grandezze (paesi con un Pil più alto offrono servizi educativi migliori). 

I tagli all’istruzione contribuiscono certamente a ridurre il numeratore dei due “rapporti maledetti” – tra deficit e Pil e tra debito e Pil – che da un decennio costituiscono la stella polare delle politiche fiscali dei paesi dell’Eurozona. Ma troppo spesso ci si dimentica che migliorare il sistema scolastico e universitario è un investimento che nel lungo termine può contribuire all’aumento del denominatore di tali rapporti, il Pil, rendendo infine la finanza pubblica più sostenibile.