Stando a uno studio pubblicato dall’Oecd (Organisation for Economic Co-operation and Development) nel 2011 i lavoratori Italiani hanno lavorato in media 1.774 ore, contro le 1.413 ore medie dei lavoratori tedeschi.

1.774 ore verso 1.413 significano il 25% in più, non propriamente noccioline; risulta pertanto poco chiara l’affermazione del sottosegretario all’economia Polillo martedì sera a Ballarò: “In Germania le cose vanno meglio perché lì la gente lavora”.

Fermandosi ai dati citati, l’affermazione di Polillo sarebbe da liquidare come disinformata oppure delirante, ma ritenendo che un sottosegretario all’Economia di tanto Governo non possa essere uno che parla per dare aria alla bocca o nella completa ignoranza della materia, occorre guardare oltre. Penso che Polillo abbia voluto riferirsi alla produttività del lavoro e non alle ore trascorse sul posto di lavoro; potrebbe essere infatti che il lavoratore italiano ozi mediamente per circa 370 delle sue ore di presenza annuali mentre quello tedesco non perda neppure un minuto, magari essendo dotato di una vescica extra-large; così le ore utilizzate per produrre diventerebbero meno di quelle tedesche e Polillo avrebbe ragione. Non esistono statistiche che misurino i tempi persi, però c’è una statistica, pubblicata dall’Us Bureau of labour statistics che ci dice che nel 2011 un ora di lavoro in Italia ha prodotto mediamente PIL per 45 dollari, mentre in Germania ha prodotto Pil per circa 60 dollari; in questo caso il rapporto si inverte e la produttività tedesca è il 33% più alta di quella italiana. A onor del vero, considerando che il costo del lavoro in Germania è più alto che in Italia – circa 29 euro contro 27, nel 2010 – la differenza tra le produttività per euro di costo si riduce al 25% ma la differenza resta comunque enorme.

Dunque ipotizzo che Polillo avesse avvistati questi ultimi dati quando si è espresso.

Si sarebbe però espresso impropriamente; infatti il sillogismo che: 1– la produttività è influenzata solo dalla capacità lavorativa dei lavoratori; 2– la produttività tedesca è più alta di quella italiana; 3– quindi la capacità lavorativa dei lavoratori tedeschi è più alta di quella degli italiani è argomento corretto ma che dà una conclusione falsa in quanto ha una premessa falsa. La premessa falsa è che la produttività dipenda solo dal lavoro; in realtà la produttività dipende da una numerosa congerie di fattori: tecnologia utilizzata, volumi di produzione, ambiente di lavoro, organizzazione dello stesso etc.

Non so – come credo non sappia neppure Polillo – quanto ciascuno dei fattori pesi; potrei solo fare delle supposizioni. Polillo, invece, sembra non avere dubbi e alla domanda del perché l’industria tedesca funzioni meglio risponde che il motivo risiede nel lavoro delle persone; la mia conclusione, amara, è che Polillo parli con un pregiudizio in base al quale è convinto che il fattore unico discriminante sul quale agire per cercare di mettersi al pari dei tedeschi sia la “volontà lavorativa” .

Questo pregiudizio, oltre a essere immotivato – come tutti rischia di fare l’enorme danno di focalizzare l’attenzione su un solo elemento tralasciando altri elementi magari egualmente o più importanti e quindi di non spingere su tutto quanto necessario e così fallire.

Peraltro questa considerazione dei cittadini come di sudditi un po’ svogliati ricorre spesso nelle parole degli esponenti di questo Governo, che parlano di volta in volta di “giovani bamboccioni”, di “troppo choosy”, di “persone che tendono facilmente a sedersi al sole a mangiare maccheroni” e via dicendo. Mai una parola sulla adeguatezza dei sistemi produttivi, delle tecnologie, della burocrazia, del supporto finanziario alle imprese.

Sembrerebbe che nella mente di questi tecnici, prevalentemente di estrazione finanziaria, il fattore umano sia l’unico elemento colpevole di tutto ciò che non va, assolvendo a priori tutto il resto.

Posizione che si potrebbe accettare solo dopo analisi accurate e sostanziate che invece brillano per la loro assenza.

Dobbiamo rassegnarci: con questi tecnici – o alcuni di loro – alla guida del paese la strategia per la ripresa sembra essere quella di lavorare almeno 2.000 ore all’anno fino a 70 anni di età, con le tecnologie, le risorse finanziarie, la struttura amministrativa e burocratica che ci ritroviamo per compensare con il solo fattore umano quello che i tedeschi riescono a fare con 1.400 ore a testa. Faccio a tutti – e mi faccio – tanti auguri.