La lettera, di nove pagine, è datata 26 novembre 2012 ed è firmata dal capo messo lì dalla nuova proprietà del San Raffaele, il gruppo Rotelli. Non usa mezzi termini, il nuovo amministratore delegato Nicola Bedin: “Il San Raffaele si trova in una situazione di rilevante perdita di carattere strutturale, aggravata dai recenti e sopravvenuti provvedimenti nazionali e regionali relativi anche alla cosiddetta spending review”.
Prognosi riservata per l’ospedale fondato da don Verzé? Nella lettera le cifre sono pesanti: 65 milioni di perdite nel 2011, 28 milioni nel periodo gennaio-maggio 2012, a cui si aggiungono ulteriori perdite nel periodo giugno-settembre.

Cura prevista? Tagli. Riduzione del 10 per cento delle retribuzioni. Se i sindacati non ci stanno, l’alternativa minacciata è il licenziamento collettivo. Reazioni? Proteste diffuse di chi al San Raffaele lavora. E due infermiere salite mercoledì per protesta sul tetto dell’ospedale.

Nella sua lettera, Bedin sostiene che “l’ingente lavoro per il risanamento dell’ospedale è cominciato subito”: riduzione dei costi, tra cui quelli per il personale amministrativo, già tagliati del 20 per cento. Bisogna rimpicciolire gli stipendi, dice l’amministratore delegato, per evitare di licenziare. Ma poi, a pagina 8, i licenziamenti, pudicamente dimenticati nelle pagine precedenti, ricompaiono: “In data 31 ottobre 2012 è stata avviata la procedura di licenziamento collettivo per 244 dipendenti”.

La parte migliore della lettera del Grande Risanatore è però la pagina 3. Al secondo capitolo della sua esposizione, il titoletto recita: “Impossibilità di agire efficacemente e sufficientemente sui ricevi”. Dopo aver esposto le perdite, “è chiaro che il primo obiettivo sarebbe quello di agire sui ricavi. Ma anche a questo riguardo la situazione è negativa”. Infatti “non sono ipotizzabili incrementi”, perché i soldi al San Raffaele (come a tutta la sanità privata) arrivano prevalentemente dal Servizio sanitario nazionale, cioè sono soldi pubblici, oggi soggetti a tagli e non certo a incrementi.

I soldi che arrivano dai privati (pochi) sono calati del 20 per cento; quelli che arrivano dal pubblico (tanti) devono essere tagliati. “Sono state decurtate”, scrive Bedin, “le cosiddette maggiorazioni tariffarie riconosciute all’ospedale ed è prevista la riduzione anche dei ricavi derivanti dalle cosiddette funzioni non tariffabili”.

Capito? È finita l’era Daccò, cari miei, dice l’amministratore delegato. Ed è tramontato per sempre anche il metodo don Verzè.
Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, in una mirabile lettera del 2001 al fondatore del San Raffaele, elencava tutti i privilegi (“maggiorazioni tariffarie”) riconosciuti al suo ospedale. E il faccendiere Pierangelo Daccò, un mago a far lievitare le “funzioni non tariffabili”, non faceva il lobbista soltanto per la Fondazione Maugeri, ma anche per il San Raffaele.

La festa è finita. Basta vacanze di gruppo. Peccato che ora a pagare siano i dipendenti, i medici, gli infermieri, i lavoratori.

Il Fatto Quotidiano, 29 Novembre 2012