Quattrocentosessanta milioni di shekel. Ovvero 120 milioni di dollari. Dollari di proprietà dell’Autorità nazionale palestinese, che il governo di Israele ha deciso però di non versare all’Anp. Sono i fondi derivanti dai diritti di dogana che Israele raccoglie per conto dell’Anp e che mensilmente devono essere trasferiti nelle magre casse palestinesi.

Questo mese il trasferimento non avverrà. Lo ha detto Yuval Steinitz, ministro delle finanze nel governo guidato da Benyamin Netanyahu: «Non ho intenzione di trasferire i fondi delle tasse dovute all’Anp – ha detto Steinitz – I fondi saranno usati per pagare i debiti che l’Autorità palestinese ha nei confronti della Israeli Electrical Corporation e di altre aziende». In pratica, il governo di Netanyahu ha deciso d’autorità di usare fondi di cui, in base agli accordi internazionali e bilaterali firmati a Parigi nel 1994, non può disporre liberamente. Soldi che peraltro servono a garantire stipendi e servizi nei territori amministrati direttamente dall’Anp.

E’ il secondo atto di “rappresaglia” politica del governo Netanyahu dopo il voto favorevole ottenuto dall’Anp all’Assemblea generale dell’Onu che ha ammesso la Palestina come “stato osservatore” nel consesso internazionale. Venerdì il governo aveva annunciato una nuova massiccia espansione degli insediamenti delle colonie – illegali per il diritto internazionale – in Cisgiordania. Fino a tremila nuovi alloggi per i coloni, in particolare nella cosiddetta Zona E1, quella che da Gerusalemme si estende fino al grande insediamento, di fatto una città, di Ma’aleh Adumim. Non solo. Israele, secondo quanto rivela il sito del Jerusalem Post, si appresta ad autorizzare l’edificazione di altre 4.000 case in un nuovo insediamento a sud-est di Gerusalemme Est chiamato Givat Hamatos. Se fossero completati questi piani di espansione, l’area sotto controllo israeliano arriverebbe a ridosso delle rive del Giordano, spezzando di fatto la Cisgiordania in due zone non comunicanti e impedendo i collegamenti tra Gerusalemme est e il resto dei Territori palestinesi che rientrano nei confini del 1967. Un editoriale del quotidiano israeliano progressista Haaretz, così commenta: «Questa è una decisione particolarmente grave e pericolosa. Anziché accettare il fatto che la stragrande maggioranza delle nazioni è stanca dell’occupazione israeliana e vuole uno stato palestinese, Israele si sta trincerando ancora di più nel proprio rifiuto, e sta approfondendo il proprio isolamento e la distanza tra se stessa e la realtà internazionale. Anziché giungere alle necessarie conclusioni dal suo sonoro fallimento, il governo sta trascinando Israele in nuovi disastri diplomatici – continua l’editoriale – E invece di affrontare sinceri e genuini negoziati con il nuovo stato osservatore, Israele gli volta le spalle e le volta al resto del mondo». Tutt’altro clima nei Territori palestinesi, dove Abu Mazen è stato accolto come un eroe, con festeggiamenti massicci in strada. La vittoria politica riportata all’Onu ha fatto risalire la popolarità dei vertici dell’Anp, che temono sempre la “concorrenza” di Hamas. Il movimento islamista palestinese è uscito rafforzato, politicamente, dall’Operazione Pilastro di difesa. Davanti a migliaia di persone, a Ramallah, Abu Mazen ha detto: «Finalmente abbiamo uno stato. Il mondo ha detto sì a uno stato palestinese». «Ho ripetuto mille volte che siamo pronti a riprendere i negoziati e che vogliamo farlo – ha detto Abu Mazen a New York prima di partire per rientrare in Palestina – Non vogliamo mettere condizioni ma ci sono almeno 15 risoluzioni dell’Onu che considerano l’attività degli insediamenti illegale e un ostacolo alla pace».

La situazione per il governo di “Bibi”, tuttavia è molto complicata. In Israele si vota il prossimo 22 gennaio e dopo primarie particolarmente controverse – e con bassissima partecipazione – il nuovo partito nato dalla fusione di Likud e Yisrael Beitenu, grande favorito per il prossimo volto, si presenta con una lista di candidati alla Knesset particolarmente “dura” che fin dalle prime battute della campagna elettorale appena iniziata sta spostando a destra il baricentro del discorso politico del governo, sempre più nervoso dopo lo smacco subito all’Onu e con la prospettiva del ricorso palestinese al Tribunale penale internazionale, che però, per il momento, sembra solo teorico. La doppia reazione di questi giorni, però, ricorda anche ai palestinesi che nonostante il voto all’Onu, lo “stato” è ancora da costruire e dovrà passare necessariamente attraverso le trattative con il prossimo governo israeliano. Con la remota speranza che sia in qualche modo diverso da quello oggi in carica.

di Joseph Zarlingo