“Thriller e stallo a Bruxelles” titola oggi il popolare quotidiano To Vima: niente accordo sul maxiprestito alla Grecia. All’Eurogruppo fiume, durato dodici ore e terminato alle cinque del mattino, va in scena una sorta di derby tra Juncker e Lagarde sulla sostenibilità del debito greco. E per avere il via libera ai 44 miliardi di euro che servono al paese per non fallire, bisognerà aspettare lunedì 26 novembre, quando una nuova convocazione dell’Eurogruppo potrebbe sbloccare una situazione che si complica ulteriormente. La Germania frena e lo dimostra il fatto che la riunione è stata costantemente interrotta in quanto, secondo fonti europee, sono subentrati negoziati tra i paesi (prima a due, poi a tre e a quattro) per tentare di superare le divergenze.

Il Fondo monetario internazionale resta su posizioni rigide circa il nodo principale, ovvero la sostenibilità del debito. Su cui a un certo punto del vertice si era fatta largo l’ipotesi di concedere una moratoria di dieci anni alla Grecia sul pagamento degli interessi sui prestiti del fondo salva-Stati Efsf, che avrebbe come conseguenza il risparmio per Atene di 44 miliardi. Ma permane uno scetticismo di fondo dei partner europei sulla capacità ellenica di ottenere il prestito a condizioni aggiuntive, che potrebbero gravare ancor di più sulla già disastrosa situazione sociale nel paese, dove ieri i lavoratori degli enti locali di tutta la Grecia hanno occupato le sedi di regioni, province e comuni per impedire la compilazione delle liste degli impiegati destinati alla mobilità, e quindi la messa in cassa integrazione, come richiesto dal memorandum della troika.

C’è comunque da registrare un piccolo passo in avanti, come lo stesso Juncker sottolinea: “L’Eurogruppo ha identificato un pacchetto di misure credibili per contribuire in modo sostanziale alla sostenibilità del debito greco – rileva – anche se le trattative si sono interrotte per consentire di approfondire alcuni elementi a livello tecnico”. Nello specifico i paesi che devono staccare l’assegno per non far fallire la Grecia vogliono conoscere esattamente come attuare le misure per aiutare Atene a ridurre il debito, dal momento che proprio in quei nuovi numeri risiede uno sforzo che, tra l’altro, dovrà anche passare per un’approvazione ufficiale dei singoli parlamenti nazionali. Senza dimenticare un’altra questione centrale, ovvero come riparare al buco di 15 miliardi nato dalla proroga di due anni concessa ad Atene sul rientro dal deficit. Passaggio sul quale Austria e Finlandia hanno preventivamente chiuso a nuovi aiuti. Lo stesso Juncker, pochi minuti prima della fine dell’Eurogruppo, aveva dichiarato alla stampa che l’Eurogruppo ha preso atto con soddisfazione che tutte le azioni e i prerequisiti richiesti prima della riunione sono stati rispettati in modo soddisfacente da Atene, compresa una vasta gamma di riforme oltre all’obiettivo ambizioso sul bilancio per il triennio 2013-2016. Ma facendo trapelare la propria personale sensazione: alla domanda se fosse deluso dal mancato accordo Juncker ha risposto con un austero “in Europa non si fanno più illusioni”.

Sul versante delle “opposizioni elleniche” si registrano le parole del ministro delle Finanze tedesco Schauble, secondo cui “i problemi sono così complessi che non siamo riusciti a trovare una soluzione definitiva. C’è tutta una serie di opzioni per colmare il fabbisogno di finanziamento in Grecia, stimato a 32 miliardi di euro”. Mentre il vertice dell’Fmi Christine Lagarde ha evidenziato come vi siano stati dei progressi, ma ve ne servirebbero di altri. Il cosiddetto derby tra Fmi e Eurogruppo verte sulla sostenibilità del debito greco. Mentre l’Eurozona si dice disposta a prorogare di un biennio il rientro dal debito, (attualmente al 120% da raggiungere nel 2020), l’Fmi non cede e come ha dichiarato la Lagarde a vertice concluso “le nostre posizioni si sono avvicinate, ma continuiamo lunedì”, in quanto la sostenibilità dei conti “è la prima cosa”.

La sensazione è che, in caso di accordo il prossimo 26 novembre, questo sarà “accompagnato” da ulteriori provvedimenti soprattutto nel medio periodo, come l’opzione del riacquisto del debito circolata con insistenza per tutta la durata dell’Eurogruppo. A cui però si oppone il vice direttore dell’Institute of international finance (Iif) Hung Tran, sottolineando che comporterebbe seri rischi di minare la credibilità dell’Eurozona: “Sarebbe un uso improprio delle clausole di azione collettiva. È un segno di cattiva fede da parte delle autorità”, ha detto, aggiungendo che questo potrebbe motivare gli investitori a preoccuparsi di movimenti simili di altri paesi dell’area euro.

Domani intanto è previsto un incontro tra Juncker e il premier greco Samaras. Quest’ultimo ripeterà al vertice dell’Eurogruppo quello che va dicendo ormai da tempo. Ovvero che Ue e Fmi si assumano la responsabilità di andare avanti nell’attuazione dei loro impegni, perché Atene ha adempiuto agli obblighi. “La Grecia ha fatto quello che doveva e ora i nostri partner, tra cui il Fondo monetario internazionale, continuino ciò che hanno iniziato” ha detto dopo la chiusura dell’Eurogruppo. Aggiungendo che “dal completamento di questo sforzo nei prossimi giorni, dipende non solo il futuro del nostro paese ma la stabilità dell’intera eurozona. Ed eventuali difficoltà tecniche nel trovare una soluzione non giustificheranno lassismi o ritardi”.

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