In Europa il Governo Monti ha cercato di bilanciare la linea tedesca, impostata sul rigore fiscale e sui vincoli ai bilanci nazionali, con un’azione volta a rafforzare i meccanismi di stabilità finanziaria e di solidarietà tra i paesi della zona euro. Ma la vera sfida è ora la costruzione della nuova governance dell’Europa.

di Angelo Baglioni* (lavoce.info)

Cosa è stato fatto

La prima tappa del percorso europeo del governo Monti avvenne nel dicembre dello scorso anno, quando fu raggiunto l’accordo relativo al Fiscal Compact. Quell’accordo (formalizzato all’inizio di quest’anno) mirava a rafforzare i vincoli sui bilanci pubblici dei singoli stati europei. Fin da allora, il Governo Monti ha cercato di bilanciare la linea tedesca, impostata sul rigore fiscale e sui vincoli ai bilanci nazionali, con un’azione volta a rafforzare i meccanismi di stabilità finanziaria e di solidarietà tra i paesi della zona euro. Questa azione ha registrato qualche successo, seppure parziale. Già nel vertice del dicembre scorso si decise di anticipare l’entrata in funzione del nuovo fondo di stabilità (Esm) dalla metà del 2013 alla metà del 2012 (di fatto l’Esm è stato inaugurato all’inizio di ottobre). Non solo, ma si stabilì anche che il cosiddetto “coinvolgimento del settore privato” non sarebbe più stato una condizione necessaria per l’attivazione dell’Esm: si decise così di evitare per il futuro il ripetersi dell’esperienza greca, che portò di fatto al fallimento di quel paese nel marzo di quest’anno (con l’impossibilità di ritornare sui mercati per un tempo imprevedibile). 
Questa strategia, volta al rafforzamento della solidarietà come contropartita dei vincoli europei, ha vissuto il suo momento culminante nel vertice di fine giugno. In quell’occasione il Governo italiano sosteneva l’idea che l’Esm dovesse intervenire sul mercato dei titoli di Stato, al fine di stabilizzare lo spread di quei paesi che, come l’Italia, sono in regola con i vincoli europei (il famoso “scudo anti-spread”). In particolare, si chiedeva che gli interventi dell’Esm potessero avvenire al di fuori della normale procedura di richiesta di aiuto da parte di un governo e successiva firma di un memorandum, con relativo monitoraggio della Troika. Il risultato del vertice fu un compromesso: per avere l’assistenza dello Esm un governo deve comunque firmare un memorandum, anche se questo non dovrebbe prevedere vincoli aggiuntivi rispetto a quanto già previsto negli accordi europei relativi ai piani di aggiustamento fiscale. La conseguenza è che i governi europei sono molto riluttanti a ricorrere all’aiuto dell’Esm, temendo sia il costo politico della richiesta di aiuto sia il pericolo di subire pressioni per introdurre misure di correzione fiscale ulteriori, rispetto a quelle già adottate. Se il governo spagnolo (e in futuro quello italiano) si rassegnerà a chiedere l’assistenza dell’Esm, lo scopo principale sarà quello di accedere al programma di acquisto di titoli di stato da parte della Bce (Omt).
Il vero successo del vertice di fine giugno è stato l’accordo sulla decisione di trasferire la vigilanza bancaria dalle autorità nazionali alla Bce. Sulla base di questa decisione, la Commissione UE ha avanzato una proposta di regolamento che prevede tempi molto rapidi per il passaggio della vigilanza alla Bce. Il Consiglio europeo del 18-19 ottobre ha un po’ raffreddato gli entusiasmi della Commissione, stabilendo che il passaggio avvenga nel corso del 2013, ma senza troppa fretta.

Una priorità: completare l’Unione bancaria

Tuttavia, l’unione bancaria dovrebbe comprendere altri due importanti elementi: uno schema europeo di assicurazione dei depositi e un sistema europeo di gestione delle crisi bancarie. Su questi due fronti i tempi della transizione si presentano più lunghi. Per ora, sul tavolo dei governi europei vi sono solo due proposte  della Commissione, che mirano a coordinare le regole di gestione e di rimborso dei depositanti in caso di crisi, lasciandone però la responsabilità alle autorità nazionali. Mancano ancora iniziative volte a introdurre una assicurazione europea dei depositi e un meccanismo europeo di gestione delle crisi bancarie. Su questo fronte urge fare chiarezza, come sostengono anche Costanza Russo e Francesco Vella. Qual è l’istituzione europea che in prospettiva è destinata ad assumere la responsabilità di intervenire nella gestione delle crisi bancarie: Bce, Esm, Eba, altro? Il Governo Monti dovrebbe mettere in campo il suo prestigio (anche tecnico) affinché vengano al più presto definiti i modi e i tempi per completare il disegno della unione bancaria. Altrimenti, rischiamo che si traduca solo in un trasferimento di sovranità a Francoforte, mentre le istituzioni che potrebbero comportare un trasferimento di risorse tra i paesi della zona euro rimangono al palo.

Ancora in sospeso la riforma della governance

Ma la vera sfida che attende i governi europei è la costruzione della nuova governance dell’Europa, o meglio della zona euro. La sopravvivenza della moneta unica è legata alla volontà dei governi di trasferire sovranità fiscale a istituzioni europee, che abbiano il potere di gestire un bilancio federale di dimensioni significative e che siano legittimate democraticamente. Il primo importante passo in questa direzione potrebbe essere l’elezione diretta del presidente della UE (come suggerisce Massimo Bordignon). La necessità di procedere verso un accentramento della responsabilità fiscale nella zona euro è stata riconosciuta nell’Interim Report predisposto del presidente del Consiglio europeo (insieme ai presidenti dell’Eurogruppo, della Commissione UE e della Bce), dove si auspica l’introduzione di qualche forma di “fiscal risk sharing” , in modo da assorbire a livello centrale gli shock locali asimmetrici (purché ciò non crei trasferimenti permanenti tra un paese e l’altro). Lo stesso documento riconosce che l’accentramento delle decisioni in materia fiscale potrebbe costituire la premessa per arrivare all’emissione di debito comune tra i paesi dell’euro zona, aprendo la porta agli Eurobond. Questi erano stati un cavallo di battaglia del Governo Monti al suo esordio (con l’appoggio della Commissione), ma successivamente accantonati per la fiera opposizione della Germania. La versione finale del rapporto è prevista per dicembre e sarà esaminata dal Consiglio europeo: speriamo che le indicazioni in esso contenute non rimangano un libro dei sogni. Certo è che il cammino verso una Europa federale sarà lungo e complesso: non si può pensare che si compia nell’arco di pochi mesi. Sarà quindi il prossimo Governo a dovere raccogliere la sfida, facendo sì che l’Italia dia un contributo importante nella costruzione della “casa comune” dei paesi dell’area euro. 

*Insegna Economia Politica presso l’Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative. Ha recentemente insegnato anche al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R.M.Goodwin dell’Università di Siena. E’ membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa). Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l’Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), come responsabile della Sezione Intermediari Finanziari. I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto libri e articoli pubblicati su riviste internazionali. E’ laureato in Università Bocconi e ha conseguito il Master in Economics presso la University of Pennsylvania.