Il parrucchiere in mutande di Varese sta facendo il giro del web e delle tv, guadagnando un consenso inaspettato, tanto da pensare di buttarsi in politica. Da qualche giorno Massimo Crippa, titolare del salone J&P, ha iniziato infatti a lavorare coperto solo da un paio di mutande. Appeso al collo porta un cartello con la scritta “Questo è tutto quello che mi è rimasto, ora cosa mi chiedete?”. Nel giro di poche ore la sua storia è stata raccontata dalla trasmissione televisiva “Pomeriggio cinque” condotta da Barbara d’Urso, dove il parrucchiere ha avuto modo di raccontare la sua storia e le motivazioni che lo hanno spinto a cercare la ribalta. Crippa ha spiegato le difficoltà in cui incappano i piccoli artigiani, colpiti dalla pesantezza della burocrazia e da una tassazione spietata: “Entro la fine del mese – ha detto – bisogna pagare il 60% delle tasse sul presunto fatturato del 2013. A dicembre la seconda rata. Come si può pensare che un piccolo artigiano riesca a sborsare tutti questi soldi.

Assaporato il successo della sua iniziativa, Crippa, con sano spirito imprenditoriale ha pensato mettere a frutto il proprio capitale lanciando l’idea di un movimento, non un partito, ma un gruppo di pressione per stimolare l’azione politica dei partiti esistenti. Si chiamerebbe “Il popolo”. “Mi piacerebbe – ha dichiarato ai quotidiani locali – che si unissero alla protesta i professionisti del mio stesso settore: io non considero gli altri parrucchieri concorrenti, ma colleghi. E tra colleghi bisogna darsi una mano. Alcuni si sono già fatti avanti, altri sono sicuro che si aggregheranno a breve. Poi mi piacerebbe che si unissero anche altre persone “in mutande”. Insieme dobbiamo far sentire la nostra voce”. Ed ha aggiunto: “Desidero che un giorno, a fronte dei miei continui appelli, un politico vada in televisione, si alzi in piedi e abbia il coraggio di chiedere scusa agli italiani. Per me quello sarà già un grande risultato”.

Mentre Crippa pensava di mettersi in mutande, a pochi chilometri di distanza, c’era un negoziante che abbassava per sempre la serranda del suo negozio. A Sesto Calende Mattia Lehmann, titolare dell’Ml store, un negozio di informatica, ha inscenato una protesta più silenziosa. Ha affisso un necrologio alla vetrina del suo negozio, la scritta racconta di problemi legati alla crisi e all’eccessiva tassazione: “È mancato all’affetto dei suoi clienti Ml Store di Lehmann Mattia, negozio di computers, di anni 11” e, più sotto si legge ancora: “dopo anni passati a pagare le tasse si è spenta la mia azienda causa crisi e soprattutto carico fiscale troppo elevato”.

La locandina funebre è firmata dal titolare, che nelle stesse righe spiega anche di essere alla ricerca di un lavoro: “Parlo inglese, tedesco, italiano, non mi manca la parlantina e la voglia di muovermi”. Anche la sua vicenda è stata raccontata dai quotidiani locali e dalle sue parole si evince come le motivazioni non si discostino molto da quelle che hanno spinto il parrucchiere a mettersi in mutande: “Sono davvero stanco di lavorare in Italia e di versare il 70% di tasse per mantenere i romani. Fra anticipi di tasse, Inps e studi di settore che non tengono conto della crisi e degli effettivi guadagni ottenuti, finirei alla stregua di un evasore se volessi pagare il giusto. È inconcepibile. Io avrei voluto continuare a lavorare nel mio negozio di Sesto Calende, ma a queste condizioni meglio affittare i locali e fare il disoccupato in attesa di trovare una nuova collocazione, magari all’estero”.