La storia era iniziata bene: sembrava che fosse spianata la strada verso l’introduzione a livello europeo di una quota obbligatoria di donne nei consigli di amministrazione delle aziende, dopo che una misura simile è già stata introdotta in vari Paesi, Italia compresa. E invece, niente di tutto questo: man mano che si prepara la nuova direttiva, Bruxelles ha già ceduto su vari punti. Stranamente, a fare pressione perché la legislazione sia la più blanda possibile, sono proprio i Paesi dell’Europa del nord, dai quali in realtà si aspetterebbe una sensibilità particolare per questi temi.

Ma andiamo per gradi. Mercoledì scorso Viviane Reding, commissaria Ue per la giustizia, ha annunciato trionfalmente su Twitter la sua presunta vittoria: “La Commissione ha adottato la mia proposta di legge europea per imporre il 40% di donne nei Cda da qui al 2020”. Questa era in effetti l’idea iniziale. (Peraltro non proprio accolta con favore dagli altri utenti del social network).

Ma in seguito un esame più attento del testo adottato dall’esecutivo Ue ha dimostrato che il progetto di direttiva, ora inviato all’esame dell’Europarlamento e poi del Consiglio, è assai complesso (e contorto). E, da un certo punto di vista, deludente.

Sì, la direttiva prevede di arrivare al 40% di donne nei consigli di amministrazione entro il 2020 (e il 2018 per il settore pubblico). Ma in realtà il provvedimento riguarderà solo le società più grandi (5mila in tutto), e non le Pmi, piccole e medie imprese, quelle che, a livello europeo, sono classificate come le società con meno di 250 dipendenti e un fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di euro.

Non solo. Il testo non prevede più una “quota obbligatoria“, come il progetto iniziale, ma chiede solo alle aziende di portare avanti una politica tale da centrare quell’obiettivo. Fra gli strumenti da utilizzare: a parità di qualifiche, l’assunzione di una donna invece di un uomo, non facile da realizzare. E il progetto di direttiva non prevede sanzioni specifiche per le imprese che non rispetteranno le regole: dovranno essere decise a livello nazionale. Tutto questo rompicapo è il frutto di negoziati serrati all’interno della Commissione, che già tre settimane fa doveva essere adottato.

A sorpresa, erano state soprattutto le donne commissarie (un terzo dell’esecutivo), in gran parte originarie dell’Europa del Nord, a opporsi alla quota obbligatoria, giudicata controproducente. E una decina di Paesi, tra cui il Regno Unito e l’Olanda, sempre allergici a un eccesso di normative, avevano fatto sapere di essere contrari a quella proposta.

Subito dopo il twitter della Reding, il Governo britannico ha salutato positivamente la decisione di rinunciare a una quota obbligatoria. Mentre il portavoce di Angela Merkel ha ammesso: “Noi siamo dell’idea che questo campo debba essere regolato a livello nazionale”. Dubbi già insorgono sulla possibilità di valutare in modo perfettamente paritario le qualifiche di due persone, uomo e donna, per decidere alla fine di preferire la seconda nell’assunzione.

Ora, comunque, la parola passerà al Parlamento europeo e in seguito al Consiglio. E non è sicuro che le cose vadano lisce. E’ possibile che l’Europarlamento lo bocci, proprio perché troppo annacquato.

Sono proprio gli eurodeputati che hanno appena rigettato la nomina del lussemburghese Yves Mersch al direttorio della Banca centrale europea, in nome della parità uomo-donna: dal 1998, anno della sua creazione, la Bce ha visto all’opera nel suo direttorio solo due donne. L’ultima è stata l’austriaca Gertrude Tumpel-Gugerell, che ha occupato la funzione fino al maggio 2011. Oggi l’organismo comprende 22 uomini. E, se Mersch accederà all’incarico previsto, gli uomini saranno 23. Zero donne. La situazione, comunque, a livello dell’Union Europea non è rosea neanche per le 5mila grandi società cui la futura direttiva dovrebbe applicarsi. Attualmente l’85,5% dei componenti non esecutivi dei Cda è rappresentato da uomini. E la percentuale sale addirittura al 91,1% per gli executive.