“Tra i i vizi più strani e più gravi della nostra epoca va menzionato il silenzio…”. Nella raccolta di saggi Le piccole virtù di Natalia Ginzburg (appena ripubblicata da Einaudi) si incontra questa riflessione sulla natura del silenzio, su come esso si sia diffuso nei nostri tempi, sui sempre più numerosi espedienti che le persone adottano per non dover parlare. La Ginzburg analizza tutto questo con il suo stile fatto di esattezza coriacea e di indomabile malinconia. Lo spiega come può spiegarlo uno scrittore: nessuno come gli scrittori sa quanto è difficile strappare le parole dal blocco di marmo del silenzio, e farle vivere di luce propria.

Ho trovato così lungimirante questo articolo che sono andato subito a vedere quando era stato scritto. Quando ho letto che era stato pubblicato nel 1951 quasi non ci volevo credere. Perché, se lo paragono a quello passato, il silenzio di oggi mi sembra infinitamente maggiore. I miei primi ricordi risalgono agli anni Settanta, che mi rimbombano nella memoria ciarlieri e perfino logorroici. Poi arrivò il chiasso degli anni Ottanta. Da allora, il suono del mondo si è sempre più rarefatto, fino al silenzio quasi abissale nel quale siamo sprofondati.

Il mondo è avvolto da un’omertosa nuvola di silenzio, dove si avverte al massimo il fondo della musica d’ambiente, il ronron dei processori al silicio o il ticchettio delle dita sulle tastiere. Non si è mai comunicato in tanti modi diversi, è vero, ma sempre meno con la voce. Anche quando si scrive, non lo si fa per dirsi di più e di meglio (un tempo la corrispondenza serviva a questo) ma per ridurre la conversazione al minimo indispensabile, ed evitare di sentire la voce propria o altrui. Ognuno tace, intubato nel proprio egoismo tecnologico (l’egoismo è la prosecuzione naturale del silenzio), anche quando è convinto di comunicare con gli altri, ma in realtà comunica con i provider e i motori di ricerca. Nessuno vuole offendere il silenzio, nessuno se la sente di violare il muro di omertà emozionale che c’è tra le persone anche se si trovano gomito a gomito, vicini di poltrona, di scompartimento o di scrivania.

“Si verifica quindi questo fatto strano: che gli uomini si trovino strettamente legati l’uno al destino dell’altro, così che il crollo di uno solo travolge migliaia di altri esseri, e nello stesso tempo tutti soffocati dal silenzio, incapaci di scambiarsi qualche libera parola.” Così concludeva Natalia Ginzburg nel 1951; e la conclusione è la cosa più stupefacente di questa stupefacente riflessione. Il silenzio, dice la Ginzburg, dev’essere contemplato, e giudicato, in sede morale perché “Il silenzio, come l’accidia e la lussuria, è un peccato. Il fatto che sia un peccato comune a tutti i nostri simili della nostra epoca, che sia il frutto amaro della nostra epoca malsana, non ci esime dal dovere di riconoscerne la natura, di chiamarlo con il suo vero nome.”

Credo che la Ginzburg avesse ragione sessant’anni fa e tanto più abbia ragione oggi: il silenzio è un peccato. A volte mi chiedo se Bill Gates o Steve Jobs, che hanno messo il silenziatore al mondo, non dovrebbero essere giudicati in sede morale.