Alessandro Sallusti ha sfiorato l’Ambrogino d’Oro. Una delle 63 benemerenze civiche, che il Comune di Milano riconosce ogni anno a personalità che hanno contribuito a migliorare il Paese e danno lustro alla Madonnina, ha rischiato di finire nelle mani del direttore de Il Giornale. Dopo due giorni di polemiche e una seduta di sei ore, terminata alle tre di ieri mattina, la giunta di Giuliano Pisapia è riuscita a evitarlo solo “sacrificando” Armando Cossutta e digerendo la bocciatura della Medaglia d’Oro a Franco Battiato perché troppo poco milanese. Anche se la regola non è ferrea, tant’è che in passato il premio è stato riconosciuto a molti non milanesi, come Fabrizio De André.

A dirsi stupiti non sono stati gli esponenti della maggioranza, costretti a un braccio di ferro inimmaginabile per una giunta eletta appena diciotto mesi fa, ma i consiglieri dell’opposizione. “Ci aspettavamo meno pregiudizi” su Sallusti, ha così espresso la sua delusione il capogruppo del Pdl, Carlo Masseroli, l’ex assessore che con Letizia Moratti sindaco riuscì a negare l’Ambrogino a Enzo Biagi e che un anno fa affiancò la Lega in una battaglia serrata per non assegnare la medaglia d’Oro al cardinale Dionigi Tettamanzi, strumentalizzato politicamente. L’arcivescovo la spuntò, insieme a Corrado Stajano e a Rossana Rossanda. Il nome di Sallusti avrebbe fatto compagnia a quello di un altro direttore: Dino Boffo, premiato due anni fa, poco dopo la campagna di fango che proprio Il Giornale (guidato allora da Vittorio Feltri) gli scagliò contro e che poi si rivelò completamente costruita su documenti falsi.

“Un premio che è un atto di fiducia nei confronti di tutta la nostra professione”, disse Boffo la sera della premiazioni, il 7 dicembre, festa di Sant’Ambrogio, il patrono della città. “Vorrei dedicare questo riconoscimento ai colleghi che subiscono soprusi. Vorrei in particolare ricordare Enzo Biagi che questo premio lo meritava”. Ancora: “Vorrei dedicarlo ai miei colleghi perché sono stati buoni, generosi e galantuomini nel sostenermi nel momento in cui ero sotto attacco” . Infine: “Desidero che quanto mi è capitato possa servire da monito soprattutto ai giornalisti più giovani perché adottino sistemi, logiche, criteri che siano tenacemente al servizio della verità e sempre rispettosi della dignità delle persone”.

Nel segno della tradizione, quindi, la candidatura di Sallusti proposta dal Pdl, “vittima del sistema giudiziario”. Fa niente se il carcere a Sallusti, ha motivato la corte di Cassazione, è stato riconosciuto per la “spiccata capacità a delinquere”, dimostrata dalla “gravita” della “campagna intimidatoria” e “diffamatoria” condotta nei confronti del giudice Giuseppe Cocilovo quando nel 2007 Sallusti dirigeva Libero. E concludeva: “Non esiste il diritto a mentire”.

Sull’Ambrogino a Sallusti inizialmente il consigliere del Pd Carmela Rozza si era detto disponibile a discutere. Intervistata su una tv locale, Rozza lunedì sera ha detto: “Siccome abbiamo sempre deciso a maggioranza, non escludo che anche stavolta possiamo accordarci”. Avvisato, Pisapia già lunedi sera si diceva certo che non sarebbe passata. “Non accadrà”, ha confidato a margine del confronto a Sky tra i candidati alle primarie del Pd. Così è stato, ma certo ha dovuto sacrificare Cossutta perché, ha denunciato il Pdl, “era una spia del Kgb”. E nessuno ha ricordato che Sallusti è responsabile dei pezzi di Dreyfus, cioè Renato Farina, nome da 007:  agente Betulla.

Il Fatto Quotidiano, 15 novembre 2012