Alla fine il temuto contagio europeo è arrivato. Non proprio come ci si immaginava un anno fa quando i governi dei Paesi più in difficoltà, i cosiddetti Pigs, sono caduti uno dopo l’altro sotto le forti pressioni dei mercati finanziari a colpi di spread, per lasciare le redini della politica in mano a chi avrebbe dovuto lavorare fianco a fianco con le istituzioni internazionali per ridare fiducia ai creditori ed evitare il disastro di un’infezione finanziaria a catena. La schiarita, Grecia esclusa, per i mercati è arrivata, come dimostra il caso dei titoli di Stato italiani a breve termine che tra alti e bassi in un anno hanno perso 5 punti percentuali di interessi da pagare. A scapito, però, dei cittadini la cui rabbia mista a preoccupazione si sta spargendo come un virus per tutto il Vecchio Continente.

O, almeno, per tutti i Paesi sottoposti alle misure di austerità. Al punto da portare contemporaneamente in piazza, domani, cittadini di Atene, Roma, Madrid, Lisbona, Dublino per un’inedita mobilitazione generale. Indetta dalla Confederazione europea dei sindacati, la manifestazione di protesta ha come slogan internazionale “Youths of Europe rise up“, “giovani d’Europa alzatevi”. E ha l’obiettivo di chiedere misure alternative all’austerità, il rilancio del lavoro e delle politiche di solidarietà.

A Roma partirà un corteo e la Cgil, sindacato promotore, sarà presente in cento piazze italiane. Il ragionamento di base è semplice: era stato detto che occorreva cambiare la classe politica perché una nuova facesse scudo tra la crisi della finanza e quella paventata della società. In men che non si dica, a botte di misure di austerità, la crisi è stata dirottata in modo violento proprio sulle persone, sulle famiglie, con smantellamento dello stato sociale, aumento di tasse, crollo dell’occupazione e dei salari. I greci, dopo la cura da cavallo sperimentata, stanno peggio di prima. E gli altri Paesi chiamati a simili sforzi, iniziano a vacillare, italiani inclusi.

Forse qualcuno ha mentito. O forse i tempi non sono calcolati bene, come notava pochi giorni fa l’economista Nouriel Roubini, quello che aveva predetto la crisi, al World Business Forum, che ha ammesso che il processo di austerità fiscale in Europa è stato un fiasco: troppo veloce e con poche politiche per la crescita. E ha quindi chiesto almeno un rinsavimento in corner: concedere a Grecia, Portogallo e Italia “uno o due anni in più per raggiungere gli obiettivi di bilancio”.

Intanto però i cittadini dei Piigs, ossia Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna scendono in piazza. A guardare i numeri si fa fatica a dare torto a chi protesta. I primi tagli la Grecia li annuncia a gennaio 2010, segue a ruota la Spagna, poi l’Italia e la Francia. Il risultato da allora? Il sito dell’Eurostat, alla voce disoccupazione dall’avvio delle misure di austerity, dice che in Grecia è passata dal 10 al 25 per cento, in Spagna dal 19 al 26 e in Italia dall’8 all’11 per cento.

E in Germania? Lì invece la crisi sembra portare bene, la disoccupazione scende dal 7,6 al 5,4 per cento, praticamente solo quella volontaria e strutturale. Guardando agli altri dati macroeconomici, dal Pil alle soglie di povertà ai fallimenti delle imprese, si ritrovano le stesse condizioni. Del resto va da sè che se non si lavora non si guadagna, non si produce ricchezza, non la si consuma. Morale: chi taglia perisce e chi non taglia si arricchisce. Numeri scomodi non meno delle situazioni umane. In Grecia parte la caccia al ferro e rame. Ad Atene lo scorso 24 ottobre l’ultimo arresto: due donne e un uomo sui 40 anni sorpresi a smantellare parti di un ponte sulla ferrovia per rivendere pezzi di ferro a commercianti di rottami. Qualche giorno prima era stato preso di mira un altro ponte e prima ancora i tombini in ghisa degli acquedotti e delle fognature come i trasformatori nelle cabine elettriche per rubarne i cavi. Il passo ai ‘cartoneros’, gli argentini che per sopravvivere passano la giornata a raccattare cartoni dai rifiuti, è tristemente breve.

E in Italia? Mentre il nostro governo cerca di rassicurarci come può, parlando di una non ben precisata luce in fondo al tunnel, quello tedesco arriva a spiegarci più pragmaticamente che sono pronti i treni per i nostri emigranti. E’ quanto prospettato dal ministro tedesco per il Lavoro, Ursula von del Leyen, lo scorso 12 novembre a Napoli: “I giovani disoccupati sono una dinamite politica – ha premesso – ma nel nord Europa ci sono posti di lavoro, occorre mettere insieme questi due fattori”. Messa così, il bilancio delle misure adottate finora si traduce in un banale “si salvi chi può”: non è il risultato che ci si aspettava con l’ingresso in Europa e nemmeno con le misure imposte dal governo. Forse è per questo che protestano. 

Dati in dettaglio, disoccupazione dal 2010 al 2012

Portogallo da 13,7% a 15,7%

Irlanda da 12,9% a 15,1%

Italia da 8,5% a 10,8%

Grecia 10,8% a 25,4%

Spagna19,2% a 25,8%

Germania da 7,6% al 5,4%

Fonte: Eurostat