Come ogni arma di distruzione di massa, anche i partiti personali – di Berlusconi, di Bossi e di Di Pietro – contengono il loro dispositivo di auto disintegrazione che prima o poi li dissolve negli strati più remoti dell’atmosfera, trasformandoli in un ricordo e in un monito.

Di regola il dispositivo che deflagra con più efficacia è collocato nell’autobiografia del fondatore, tra il cuore, l’istinto e il portafoglio. Sontuoso è stato l’audafé berlusconiano. Preparato prima dalla bancarotta dell’intero Paese, poi da corruzioni tonanti come sparatorie, infine perfezionato dalla bimbe a tassametro conciate più o meno come le caricature che arredavano il suo giovanile Drive In.

A Bossi è servita meno roba per sgretolarsi: le sacre canottiere oltraggiate dai soldi in nero del tesoriere di partito, la famiglia in conto spese, un figlio cresciuto a sua immagine, ma non con la stessa fortuna.

In quanto a Di Pietro a tradirlo è più il sospetto, della colpa. È il latte versato sul quel miliardo ricevuto a trasformare la sua trasparenza in una opacità senza tante vie d’uscita. E non sarà l’innocenza giudiziaria a dissigillare quella serratura che d’ora in avanti (politicamente) lo imprigiona.

Il Fatto Quotidiano, 11 Novembre 2012