Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è in vigore in Spagna dal 2005. Solo oggi però la Corte costituzionale emetterà una sentenza, attesa da 7 anni, sulla legittimità costituzionale della legge approvata da Zapatero. Il verdetto, che secondo El Pais ha già ottenuto la maggioranza, porrà finalmente fine alla diatriba, generata dal ricorso promosso dal Partito Popolare, sulla compatibilità della legge in parola con l’art. 32 della Costituzione spagnola, ai sensi del quale “El hombre y la mujer tienen derecho a contraer matrimonio con plena igualdad jurídica“.

Pur non avendo ancora a disposizione la motivazione della pronuncia, è possibile fare alcune osservazioni.
In primo luogo, viene finalmente fatta giustizia di una concezione molto diffusa, secondo la quale la definizione di matrimonio scritta nella costituzione (di qualunque paese) sarebbe sacra e inviolabile. Questo modo di pensare è tipico di chi intende il matrimonio come l’istituto del diritto canonico, celebrato in chiesa davanti a un prete, e pretende di estendere quel concetto anche a chi non ci crede. E’ utile ricordare, al riguardo, che il matrimonio è un istituto del mondo del diritto, che non ha niente di naturale e, quindi, non è immutabile ma cambia col mutare della sensibilità della società. Una volta era la condizione della donna, oggi è il genere degli sposi.

Secondo, è ipocrita usare la Costituzione come un’arma contro il riconoscimento di nuovi diritti. Ovviamente, se si fa leva sull’argomento storico, cioè sull’intenzione di chi la Costituzione l’ha scritta, il risultato sarebbe facile da raggiungere: i costituenti hanno certamente inteso il matrimonio come l’unione tra uomo e donna. Ma sta proprio qui il punto: l’intenzione dei costituenti non è mai decisiva quando si tratta di interpretare le norme costituzionali, perché la società evolve ben oltre il tempo, mentre è sempre vero l’argomento contrario, per cui non tutto ciò che era vero ieri è vero oggi, così come non tutto ciò che è vero per i credenti, è tale anche per il resto del mondo.

Spesso si dice che il matrimonio è in crisi e che non ha senso estenderlo alle coppie gay e lesbiche. Niente di più falso. Occorre rendersi conto che il matrimonio è in crisi non per colpa degli omosessuali ma per colpa degli eterosessuali, che in tanti secoli non son mai riusciti a coltivarlo per fondare un modello di famiglia accettabile per tutti. Offrirlo anche agli omosessuali, anzi, potrebbe aiutare a capirne le funzioni. L’amore, il sostegno reciproco, la comunione materiale e spirituale sono ormai patrimonio anche delle coppie e delle famiglie omosessuali: privarle di questo diritto è, più che un imperativo morale, una violenza vera e propria.

Andrew Sullivan scriveva nel 1994 che privare le coppie gay del loro diritto al matrimonio “è il più grave affronto possibile alla loro uguaglianza”. Aveva ragione. Ma lo diceva nel 1994. Ci è voluta una generazione per accorgerci di quanto tale frase sia vera. Gli spagnoli ci sono arrivati ieri. 

Noi italiani dovremo attendere la prossima generazione?