Da qualche tempo, nei blog e nei siti di informazione specializzata per economisti, si parla molto di un paper scritto da uno studente di dottorato dell’Università di Helsinki, Tatu Westling, dal titolo “Male organ and economic growth: does size matter?”.

Lo studio, che è stato citato, tra gli altri, dal Financial Times e da Forbes (con toni invero piuttosto critici), può essere interpretato come un sintomo allarmante della degenerazione autistica di alcune correnti della scienza economica moderna.

Westling scopre (si fa per dire) l’esistenza di una relazione significativa tra il Pil di un paese e la lunghezza media del pene in erezione dei suoi abitanti nel periodo 1960-1985. Nel 1985, la relazione tra Pil e lunghezza del pene ha la forma di una U rovesciata (ma anche di un pene eretto, volendo). I paesi in cui il pene medio è al di sotto dei 12 centimetri sono generalmente sottosviluppati. Peni medi sono correlati a Pil più alti, fino a una lunghezza massima di 16 centimetri, oltre la quale il Pil collassa. Inoltre, il tasso medio di crescita tra il 1960 e il 1985 è inversamente correlato alla lunghezza del pene. Un aumento di un centimetro comporta una riduzione della crescita economica compresa tra il 5 e il 7%.

I risultati si prestano a interpretazioni suggestive, ancorché del tutto inaffidabili. La lunghezza del pene è correlata al testosterone che, a sua volta, può influenzare la propensione al rischio. Westling ipotizza che le nazioni in cui i maschi hanno un pene di lunghezza media e dei livelli di testosterone non troppo alti siano anche quelle che compiono scelte economiche più moderate e lungimiranti, con effetti positivi sul Pil.

In alternativa, l’autore propone una spiegazione freudiana: la lunghezza del pene è un elemento fondamentale dell’autostima maschile, al pari dei soldi e del potere. Un pene molto lungo rende potere e soldi – e l’iniziativa necessaria per ottenerli – meno importanti. Come dire che a peni lunghi deve per forza corrispondere un Pil corto, dato che i maschi hanno già quasi tutto ciò che possono desiderare e non si sforzano di migliorare la loro condizione. In parole povere, anziché lavorare preferiscono copulare.

Westling avverte che potrebbe trattarsi di una semplice coincidenza, e che parlare dell’esistenza di un nesso causale sarebbe azzardato. Ma aggiunge anche che, in fondo, la sua analisi è tecnicamente rigorosa e dà conto dei differenziali di crescita economica più efficacemente di tante spiegazioni convenzionali.

Il paper ha ricevuto delle critiche, certo. Ma ha anche riscosso molto successo. In una nota a pie’ di pagina l’autore scrive con orgoglio che la prima bozza è stata scaricata circa duecentomila volte in pochi mesi, un record assoluto per i database di economia.

Tuttavia nessuno ha fatto notare che i dati utilizzati sono completamente inaffidabili. L’analisi empirica si basa sul World Penis Average Size Studies Database, che a sua volta raccoglie informazioni da una serie di fonti diverse. Vi risulta che in Italia (lunghezza media 16 cm, peraltro) esista un ufficio – magari gestito dall’Istat – per la misurazione del pene eretto? Chi si preoccupa di prendere la misura? E di provocare l’erezione? L’autocertificazione del resto sarebbe completamente inaffidabile, vista la tendenza maschile a esagerare la propria virilità. E le donne? Se quasi tutto dipende dal pene, qual è il ruolo della forza lavoro femminile nella crescita economica?

Il fatto che un dottorando in economia decida di dedicare i suoi sforzi a una ricerca del genere senza ricevere alcuna censura da parte della comunità scientifica, non costituisce una buona pubblicità per il lavoro degli economisti. Eppure la scelta di Westling non è irrazionale: a volte, gli editor delle riviste scientifiche sembrano apprezzare più di ogni altro aspetto il rigore tecnico del lavoro di ricerca, cioè la correttezza dell’analisi teorica o empirica, anche a scapito della sua capacità esplicativa. Può dunque accadere che la ricerca economica produca, a volte, dei risultati del pene, degni dell’approccio del pene allo studio dei fenomeni economici e sociali che si insegna in alcune scuole di dottorato.

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