La Cina osserva con curiosità gli ultimi giorni della campagna elettorale americana. Qualche giorno fa su Weibo, il twitter cinese, girava una vignetta a due riquadri. Nel primo un cittadino americano si tappava le orecchie per non ascoltare più le litigate tra Obama e Romney in diretta tv. Nel secondo un cittadino cinese appoggiava un cornetto acustico alla grande porta chiusa della Sala del Popolo, ma comunque non riusciva a capire cosa succedesse lì dentro.

Le due potenze destinate a contendersi la supremazia mondiale nel XXI secolo cambieranno governo a pochi giorni l’una dall’altra. Si parte con le presidenziali Usa. Il “China-bashing” (letteralmente “colpire la Cina”) è diventato uno dei temi più caldi dell’ultimo dibattito televisivo della campagna elettorale americana che ha visto il presidente Usa in carica Barack Obama, opposto all’ex governatore del Massachussets, Mitt Romney scontrarsi sul tema “l’ascesa della Cina e il mondo di domani”. Ma la Cina, non sembra scossa.

I giornali della Repubblica popolare si concentrano più sull’uragano Sandy e le sue disastrose conseguenze che nel seguire la campagna elettorale vera e propria. Oggi registrano il lieve vantaggio di Obama, senza commentarlo mentre ancora analizzano, forti della crescita cinese, cosa si è lasciato alle spalle il tifone. “E’ ironico che il paese che più ha contribuito al riscaldamento globale, finisca per pagarne il prezzo più basso” – scrive il Global Times, e “spiega” che se un tempo gli Stati Uniti potevano vantare le migliori infrastrutture al mondo “nelle ultime tre decadi un’ostilità ideologica verso la spesa pubblica, ha trasformato l’America in un paese che deve lottare per manutenere le infrastrutture già esistenti senza poterle sostituire o migliorare”.

Un atteggiamento di sostenuta superiorità è quello con cui la Cina del 2012 si confronta pubblicamente agli Stati Uniti. Chi guida le opinioni nella Repubblica popolare è perfettamente cosciente che chiunque sia il vincitore difficilmente avrà il coraggio di mettere veramente i bastoni tra le ruote allo Stato che possiede mille miliardi di dollari del debito americano. Si è visto bene durante il terzo dibattito tv tra il presidente Obama e il suo sfidante Romney. Entrambi hanno cercato di spiegare la strategia che intendevano applicare per fare in modo che l’ascesa cinese non fosse a scapito dell’amministrazione americana.

Ma i cinesi hanno lasciato correre, ormai avvezzi al gioco delle parti. Sanno bene che, nonostante negli ultimi anni le campagne elettorali americane si siano giocate spesso su un sentimento “anti-cinese”, raramente chi ha vinto prestato fede alle promesse ché gli interessi in gioco sono molto più complessi di quanto si è disposti a spiegare. Ed è un sintomatico segno dei tempi che nessuno dei candidati nordamericani abbia fatto alcun alcun accenno ai diritti umani in Cina. Finora non era mai successo.

In ogni caso nessuno dei due candidati sembra particolarmente amato oltre la Muraglia. Se Romney è inviso ai più per i suoi continui – ma infondati, come rivendica la stampa cinese – attacchi alla Cina “manipolatrice di valuta”, Obama, che almeno nei primi anni della sua presidenza era molto popolare (vi ricordate le magliette di Obamao?) da quando ha virato verso un approccio più “di scontro” con la Cina ha perso terreno. Un sondaggio del Pew Research Center segnala infatti che oggi solo il 38 per cento dei cinesi vede le relazioni tra Cina e Usa improntate alla cooperazione.

Lo stesso China Daily nei giorni scorsi ha sottolineato come entrambi i candidati abbiano “fatto a gara a mostrare chi è il miglior ‘picchiatore’ della Cina”. Obama sopratutto, scrive ancora il quotidiano di Pechino, ha “mostrato trucchi di magia degni dell’illusionista David Blaine, portando avanti in tempi recenti una serie di misure protezioniste contro prodotti e investimenti cinesi.” Tra i “trucchi” menzionati il caso dell’opposizione dell’amministrazione democratica all’acquisto di quattro centrali eoliche in Oregon da parte di Sany Group, uno dei principali produttori di macchinari cinesi, e le accuse di spionaggio industriale e di “mettere a rischio la sicurezza nazionale Usa” ai colossi cinesi della telefonia, Huawei e Zte.

“I due candidati dovrebbero presentare agli americani un ritratto veritiero della Cina”, conclude sincero il quotidiano cinese. “E questo dovrebbe mostrare che gli interessi economici delle prime due economie mondiali sono talmente intrecciati che solo stando con la Cina si vince”. Insomma, i due candidati alla presidenza Usa starebbero mentendo ai loro potenziali elettori. E quale sarebbe l’unica verità? Non importa chi siederà alla presidenza degli Stati Uniti, l’importante è che si comporti bene. Con la Cina.

di Cecilia Attanasio Ghezzi